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lunedì 03 agosto 2020 | ore 17:29

Codogno: i lunghi mesi e la paura

Nella città 'simbolo' di questa emergenza Coronavirus. La prima 'zona rossa' d'Italia, là dove oggi si sta cercando di ripartire, ma con il ricordo sempre a quei terribili giorni.
Inchieste - L'ospedale di Codogno (Foto Eliuz Photography)

C'è il mercato quando arriviamo in centro. La sensazione che si respira è quella di una città che, un po' alla volta, sta provando a ripartire, ma che mai e poi mai potrà cancellare i lunghi e difficili mesi appena trascorsi. E, in fondo, diversamente non potrebbe essere, perché a Codogno, in maniera diretta o indiretta, il Covid-19 si è insinuato in modo forte e deciso nelle vite della maggior parte dei cittadini. Nella testa e nei cuori, insomma, i pensieri e le immagini, inevitabilmente, è come se si fossero fermati, da una parte alla fine di febbraio (quando tutto è cominciato), dall'altra alle settimane successive (il lockdown e l'emergenza vera e propria) e la prima parola che, allora, in molti ripetono è "paura". Paura di essere colpiti dal virus, paura di non farcela, paura di non rivedere più i familiari, un parente oppure un amico, paura di ciò che stava succedendo e di quello che sarebbe, ancora, potuto accadere; paura, più in generale, del presente e, quindi, del futuro. "Sapete ho 5 nipoti - ci racconta un pensionato - Subito ho pensato a loro e non ho mai smesso di farlo per l'intero periodo. La mia preoccupazione era che se, magari avessi preso il Coronavirus, non sarei riuscito a superarlo e non avrei più potuto riabbracciarli. Per fortuna a me è andata bene, però sono diverse le persone che conoscevo che, purtroppo, oggi se ne sono andate per sempre". "E' stata dura - gli fa eco il responsabile del cimitero - Una situazione drammatica: tra marzo e aprile, in soli 2 mesi, infatti, abbiamo fatto i funerali che, di solito, ci sono in un anno. Non dimenticherò mai i feretri che continuavano ad arrivare (5, 6, 7 al giorno) e che non si sapeva più dove metterli, in quanto gli spazi non bastavano". Momenti complicati e che hanno lasciato un segno indelebile. "Mesi di apprensione per la salute - afferma un volontario della Protezione Civile - Per quanto riguarda, invece, il lockdown, appunto essendo in Prociv, ho trascorso il periodo di chiusura a portare aiuto e sostegno alla popolazione assieme al gruppo e, quindi, l'ho vissuto in maniera differente dal resto della gente. Certo non è stato semplice, ma era fondamentale garantire una presenza costante a chi era in difficoltà". "Meno male che, adesso, è quasi finita o che, comunque, sembra che il virus abbia allentato la presa - aggiunge un gruppo di anziani - Sono state settimane lunghe, lunghissime. La paura era tanta, per la malattia, ovvio, però, anche per le ripercussioni a livello economico che ne sarebbero derivate". "Purtroppo noi siamo stati tra quei cittadini colpiti dal virus - commentano altri due pensionati - E' stato terribile vedere la gente morire e gli ospedali pieni". "Giorni duri - conclude un cittadino - Il primo pensiero è sempre stato per i miei nipoti. Ero preoccupato, perché mi dicevo che se avessi preso il Covid, chissà se sarei riuscito a stare ancora con loro". (Foto Eliuz Photography)

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