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Non è solo una crisi geopolitica. È anche, e sempre più, una crisi sanitaria globale che rischia di travolgere milioni di persone. Dopo il nulla di fatto nei negoziati di Islamabad tra Stati Uniti e Iran, si alza con forza la voce del mondo medico internazionale, che invita a guardare oltre la diplomazia e a mettere al centro la salute dei popoli.
A intervenire è il professor Foad Aodi, a nome di una rete che comprende AMSI, UMEM, Co-mai, AISCNEWS e il Movimento “Uniti per Unire”. "Per la crisi mondiale non bastano i farmaci – spiega – servono misure urgenti per garantire attrezzature, vaccini e cure per le malattie croniche. È necessario proteggere la salute mentale e fisica delle popolazioni coinvolte".
Il quadro delineato è drammatico. Oltre il 60% delle strutture ospedaliere nelle aree più colpite risulta fuori uso o gravemente danneggiato, con conseguenze dirette sull’assistenza sanitaria di base. "Stiamo registrando un aumento significativo di malattie legate alla mancanza di acqua potabile e alle scarse condizioni igieniche – continua Aodi – con un incremento del 45% di patologie come tifo e infezioni intestinali, oltre a nuovi focolai sospetti di colera".
A pesare è anche l’interruzione delle cure per le patologie croniche. Diabete, ipertensione, insufficienze renali: malattie che, senza farmaci e assistenza, diventano letali. "Si tratta di una mortalità invisibile – sottolinea – che oggi rappresenta circa il 30% dei decessi civili".
Da qui la richiesta chiara: creare corridoi sanitari internazionali protetti. Non solo per il trasporto di medicinali, ma anche per garantire l’arrivo di ossigeno, kit chirurgici, vaccini e trattamenti salvavita. "Questi corridoi devono essere riconosciuti come zone di pace permanente – ribadisce Aodi – e devono includere anche il supporto psicologico. Oltre l’80% dei bambini profughi soffre di traumi gravi".
Il tema della salute si intreccia inevitabilmente con quello della pace. "La politica deve tornare a essere cura dei popoli e non distruzione", è l’appello che richiama le parole di Papa Leone XIV e la lezione di Giovanni Paolo II: "La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità".
In questo contesto, il viaggio del Pontefice in Africa assume un significato ancora più profondo: un segno concreto di dialogo e cooperazione in un momento storico segnato da tensioni e divisioni. "Abbiamo bisogno di ponti, non di muri", sottolinea Aodi, esprimendo anche solidarietà al Papa per gli attacchi ricevuti.
Guardando al futuro, la preoccupazione è che l’instabilità possa trasformarsi in una crisi cronica, con ripercussioni anche sull’Europa. Ma il messaggio finale resta di responsabilità condivisa: "La salute globale non può esistere se una parte del mondo è in fiamme. Serve uno sforzo comune per difendere la dignità umana e costruire un futuro di pace".
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