Milano / Malpensa
13°Milano / Malpensa
13°
La cronaca degli ultimi mesi racconta un fenomeno che preoccupa sempre di più: episodi di aggressioni, risse e violenze che vedono protagonisti anche giovanissimi. Non si tratta solo della gravità dei singoli fatti, ma della loro frequenza crescente, che alimenta un senso diffuso di insicurezza e interrogativi profondi nella società.
A riflettere su questa tendenza è Francesca Mastrantonio, presidente dell’Istituto Integrato di Ricerca e Intervento Strategico (Iiris), che sottolinea come di fronte a questi episodi nasca spontaneo il bisogno di comprendere. “Capire diventa una necessità emotiva prima ancora che razionale: serve a contenere la paura e a ricostruire un senso di sicurezza che sembra incrinarsi ogni volta che la violenza irrompe senza apparente motivo”.
Un bisogno legittimo, ma che rischia di portare a semplificazioni. “La violenza giovanile non può essere confinata a contesti marginali o a categorie lontane da noi – spiega –. È un fenomeno complesso, che attraversa ambienti diversi e coinvolge l’intera società”. Studi e ricerche evidenziano, ad esempio, come l’esposizione alla violenza in ambito familiare possa influenzare lo sviluppo di comportamenti aggressivi, ma ridurre tutto a questo sarebbe fuorviante.
Il contesto attuale, infatti, è segnato da profondi cambiamenti. “L’impatto dei social media e gli eventi globali degli ultimi anni, come pandemie e conflitti, hanno generato incertezza e fragilità, soprattutto tra i più giovani”. A questo si aggiunge una trasformazione del modello educativo: dalla famiglia basata su regole chiare si è passati sempre più a una dimensione centrata sugli affetti e sulla negoziazione.
Un’evoluzione che nasce dal desiderio di proteggere, ma che può avere effetti collaterali. “Il rischio è che i limiti vengano percepiti come ingiusti perché arrivano tardi – osserva Mastrantonio –. Quando la realtà si impone, lo scarto tra aspettative ed esperienza può generare frustrazione e, in alcuni casi, rabbia”. In questo scenario, anche gli adulti si trovano spesso disorientati.
Da qui la necessità di un cambio di prospettiva. “Serve un modello basato sulla corresponsabilità, che coinvolga famiglie, scuola e istituzioni. È fondamentale investire sulla qualità delle relazioni, anche quando si tratta di stabilire regole”. Rispetto, chiarezza e coerenza, sottolinea, non sono in contrasto con l’empatia, ma possono rafforzarla.
Un paradosso dei nostri tempi offre uno spunto interessante: “Le tecnologie più avanzate sono progettate per comunicare in modo gentile e rispettoso. Forse è un’indicazione anche per i rapporti umani”. Educare al limite, infatti, non significa imporlo con la forza, ma trasmetterne il senso.
Il punto di partenza resta il ruolo degli adulti. “Servono figure capaci di incarnare ciò che insegnano: dialogo, responsabilità e rispetto”. Perché, conclude Mastrantonio, “senza questi riferimenti il rischio è che la violenza smetta di essere un’eccezione e diventi una modalità di relazione”.
Siamo al lavoro per offrire a tutti un’informazione precisa e puntuale attraverso il nostro giornale Logos, da sempre gratuito.
La gratuità del servizio è possibile grazie agli investitori pubblicitari che si affidano alla nostra testata.
Se vuoi comunque lasciare un tuo prezioso contributo scrivi ad amministrazione [at] comunicarefuturo [dot] com
Grazie!
Invia nuovo commento