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mercoledì 18 settembre 2019 | ore 13:14

11 settembre: il giorno che cambiò il mondo

Diciannove terroristi hanno cambiato per sempre il nostro mondo. Una terribile pagina di storia che torna alla mente, tra testimonianze, ricordi e momenti di vicinanza.
Cronaca Attualità - 11 settembre: il mondo 10 anni dopo

In meno di 45 minuti, diciannove terroristi cancellarono le sicurezze del ricco, felice e ottimista popolo occidentale. Pochi minuti che sono entrati nella memoria personale e collettiva del mondo intero, come uno degli eventi storici di più forte impatto e significato. Dieci anni dopo l’11 settembre 2011, tante cose sono cambiate e, purtroppo, non in meglio. Attentati, guerre ed ora crisi economica. Ma al di là dell’Oceano, come si vive e si sono vissuti quei momenti? “A differenza di noi italiani - ci dice Annalisa, cuggionese, che per lavoro frequenta spesso New York - il popolo americano è molto unito. Il ‘God bless America’ pronunciato dopo i primi discorsi di quei momenti è forse il messaggio più diretto che i politici potessero lanciare. Il loro legame di patria è vissuto come una famiglia; ognuno, in città o paese, ha fuori di casa una bandiera a stelle e strisce. Prima di qualsiasi evento, concerto, partita, festa scolastica, ecc. è abitudine che tutti cantino l’inno, in piedi, con la mano sul cuore. Per questo l’attentato dell’11 settembre ha segnato nel profondo lo spirito americano. E’ come se ognuno avesse subito un lutto e i morti non fossero stati ‘solo’ più di tremila”. Rabbia, dolore, ma anche tanta fede: per molti anni, i parenti delle vittime e gli americani tutti, sono andati a ‘ground zero’ a ricordare la strage piangendo vicino alla grossa croce formata da due travi in ferro che un tempo sorreggevano le Twin Towers. “Lì in mezzo non era possibile non avere gli occhi lucidi e ora tutti vogliono ricostruire, ma senza dimenticare quanto è accaduto”. Tornando a dieci anni or sono, tanti possono essere i ricordi che legano quei momenti: “In quegli anni stavo con un ragazzo italoamericano - ci racconta - ricordo bene quando sua mamma ci chiamò per accendere la TV. In lui provocò una immensa paura che qualcosa di tremendo, come una guerra, stesse per iniziare”.
(DI VITTORIO GUALDONI)

TANTE TESTIMONIANZE DI QUEL GIORNO E DEGLI ANNI CHE SEGUIRONO:
Se per noi italiani l’11 settembre è una data da ricordare perché memore di quelle vite innocenti distrutte, ma comunque piuttosto distanti, per gli americani è qualcosa che sentono sulla pelle, qualcosa che hanno vissuto in primo luogo, un attacco alla loro stessa nazione e ai loro famigliari. "Quel giorno ero a un incontro di lavoro quando gli aerei hanno colpito le Torri. Sono dovuta andare a prendere mio figlio alla scuola Materna" - Dice Linda, 44anni, insegnante di educazione a Las Vegas. “Dieci anni dopo mio figlio frequenta la scuola superiore e ora capisce e ricorda la tristezza e la rabbia di noi adulti. Sono sollevata dalla morte di Osama Bin Laden, ma sono anche consapevole del fatto che non è l’unico terrorista là fuori". Quando Bin Laden fu ucciso, per l’America e gli americani è come avere vissuto una rivendicazione. “Proud to be an American”, orgoglioso di essere un americano, scrivevano i ragazzi ovunque. Se la prima reazione, però, è stata quella di un sorriso sulla faccia e finalmente la sensazione di aver ridato giustizia alle vittime di quell'orribile 11 settembre, la seconda, che si è, subito, fatta spazio nelle menti e nei cuori, è stata la consapevolezza di una vittoria che non si otterrà mai completamente. "La segreteria mi ha inviato una e-mail e ordinato di far sapere agli studenti cosa stava succedendo. Ho comunicato la notizia ai ragazzi e insieme abbiamo guardato i vari telegiornali”, Dice Michael, insegnante di chimica e fisica al Centennial High School di Las Vegas. "Molti genitori vennero a prendere i loro figli, tutte le attività furono sospese per l'intero giorno e i voli cancellati. Era come se tutto si stesse fermando. Abbiamo cercato di tenere la scuola aperta, per rendere le cose il quanto più possibile 'nnormali', ma non sono sicuro che niente sia stato più normale quell’anno. Non posso credere che sia, già, passato un decennio. Qualcosa di quel giorno è come se non se ne fosse mai andato. E forse è giusto sia così”.
(DI ANJA ALBRIZIO)

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