Milano / Malpensa
7°Milano / Malpensa
7°C’è una storia che attraversa l’Europa in guerra e ritorna, a piedi, fino a Cuggiono. È la storia di Antonio Garavaglia, nato l’8 agosto 1908, muratore, padre di famiglia, deportato nel 1943 in Austria dai nazisti e sopravvissuto al campo di lavoro di Mauthausen. Una storia che oggi, nella Giornata della Memoria, ci chiede non solo di ricordare, ma di sentire. Antonio venne catturato mentre lavorava in un cantiere a San Candido, in Alto Adige. Da lì fu deportato prima a Linz, poi nel sistema concentrazionario di Mauthausen. Non era ebreo: era un prigioniero politico, uno dei tanti italiani finiti nei campi per aver rappresentato, semplicemente, una vita non allineata al regime. Nel campo venne impiegato come muratore: costruiva baracche di legno, sia per i deportati sia per i nazisti. Un lavoro durissimo, sostenuto con un unico pasto al giorno – pane e una zuppa che lui stesso definiva “acqua calda con bucce di patate”. Eppure, raccontava che persino quello era “meglio” di ciò che veniva dato ai prigionieri. Ogni giorno Antonio vedeva violenze, umiliazioni, morte. Raccontava delle sfilate dei deportati obbligati a marciare per le strade del paese, sotto gli sguardi. In una di quelle occasioni compì un gesto semplice e gigantesco: dare un pezzo di pane a un prigioniero ebreo. Per questo venne picchiato dalle guardie. In quel momento, disse poi, ebbe davvero paura di morire. Non parlava quasi mai di quei giorni. Il dolore era troppo grande. Ma nel 2006, quando il nipote Marco visitò Mauthausen e portò a casa delle fotografie, qualcosa si riaprì. Guardando quelle immagini, Antonio riconobbe tutto: i bagni, le baracche, la piazza d’armi, i cancelli. Diceva: «Noi ci lavavamo lì», «quelle case le costruivamo noi». E ricordava una frase che rimbalzava tra i deportati e che ancora oggi le guide ripetono: “Evitate l’infermeria”, perché da lì non si tornava più. Dopo la liberazione, Antonio tornò a casa a piedi, attraversando un’Europa ancora in guerra, evitando le strade principali per paura. Quando arrivò a Cuggiono pesava poco più di 40 chili, lui che era sempre stato un uomo forte, alto un metro e ottantacinque. La futura moglie, Maria Fontana, diceva che sembrava “un attaccapanni con il cappotto appeso”. Eppure, da quell’abisso nacque di nuovo la vita. Nel 1945 Antonio si sposò, costruì una famiglia, ebbe due figli e dei nipoti. Arrivò a festeggiare i 60 anni di matrimonio. La prova che la dignità può sopravvivere anche all’orrore. Antonio Garavaglia è uno dei tre cuggionesi – insieme a Luigi Alafrangia e Giacomo Bianchi – deportati nel 1943 nel campo di lavoro di Linz e tornati vivi nel giugno 1945 . Tre nomi, tre vite, tre storie che appartengono alla nostra comunità. La Giornata della Memoria non è solo una ricorrenza. È un impegno. È la voce di Antonio che rivede Mauthausen negli occhi di un nipote. È quel pezzo di pane passato di nascosto a un altro uomo. È la consapevolezza che dietro ogni numero c’era un volto, una famiglia, una casa anche qui, a Cuggiono. Ricordare non serve a riaprire il dolore. Serve a impedire che l’orrore torni a chiudere gli occhi del mondo. (si ringrazia Eva Ferrario e lo ‘Storico Museo del Cuggionese’ per la documentazione e gli spunti per l’articolo).
Siamo al lavoro per offrire a tutti un’informazione precisa e puntuale attraverso il nostro giornale Logos, da sempre gratuito.
La gratuità del servizio è possibile grazie agli investitori pubblicitari che si affidano alla nostra testata.
Se vuoi comunque lasciare un tuo prezioso contributo scrivi ad amministrazione [at] comunicarefuturo [dot] com
Grazie!
Invia nuovo commento