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Non aveva un saio né un altare come luogo di lavoro. Nerino Cobianchi portava ogni giorno una giacca, una ventiquattrore e un biglietto del treno. Eppure, nel cuore della Chiesa, la sua vita è stata riconosciuta come una delle più luminose testimonianze di Vangelo vissuto nel nostro tempo. Con il decreto che ne riconosce le virtù eroiche, oggi Nerino è venerabile: un laico, marito, padre e impiegato di banca che ha trasformato l’ordinarietà in una straordinaria avventura di carità.
Nato nella diocesi di Vigevano, sposo di Graziella Vitulo e padre di Elena e Andrea, Cobianchi ha trascorso la sua vita professionale alla Cariplo di Milano, fino a diventare quadro direttivo della sede centrale. Ma la sua vera “carriera” si è svolta altrove: nei corridoi delle parrocchie, nei treni affollati dove sgranava il Rosario coinvolgendo i passeggeri, nei quartieri e nelle periferie dove la povertà aveva un volto e un nome.
La sorgente di tutto era semplice e radicale: la Messa quotidiana, spesso anche più di una al giorno, e una preghiera incessante che diventava azione. Da lì nasceva una carità concreta, instancabile, capace di partire da piccoli gesti – come la raccolta di saponette e stracci nelle scuole – e di arrivare fino a iniziative di respiro internazionale, come la petizione per la pace in Angola. Ma il passaggio decisivo fu un altro: dopo un’intensa preghiera al santuario della Madonna della Guardia di Genova, Nerino comprese che non bastava aiutare da lontano. Bisognava accogliere. Mettere la propria vita, e non solo il proprio tempo, a disposizione degli ultimi.
Sempre in dialogo con il suo parroco e con la diocesi di Vigevano, e in particolare con il vescovo monsignor Giovanni Locatelli, Cobianchi costruì una rete di relazioni e di opere che trasformarono la carità in qualcosa di organizzato e duraturo. Dalle associazioni nate nel luogo di lavoro e nella sua parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Cilavegna, nel 1989 prese forma l’Associazione Pianzola Olivelli, intitolata a due figure di carità molto care al territorio vigevanese.
Attorno a lui si muoveva una vera “comunità del bene”: volontari, colleghi, amici, ma anche grandi testimoni della Chiesa del Novecento. Nerino incontrò e collaborò con madre Teresa di Calcutta, con don Antonio Mazzi, con il cardinale Carlo Maria Martini, con il cardinale Alexandre do Nascimento di Caritas Internationalis, con figure profetiche della carità come Enzo Boschetti e Giovanni Nervo. Non per costruire un’immagine, ma per imparare, per fare di più, per servire meglio.
La sua morte, il 3 gennaio 1998, stroncato da un tumore al pancreas, non ha fermato ciò che aveva messo in moto. Oggi la sua opera continua attraverso il Magazzino della Solidarietà, la comunità educativa “Casa Angela Trovati” e l’Orto di San Giuseppe: luoghi dove la carità non è teoria, ma pane, casa, dignità.
Nerino Cobianchi è stato un santo del quotidiano. Un uomo che ha vissuto il Vangelo tra uffici, binari e strade, senza clamore, ma con una radicalità che oggi la Chiesa riconosce come eroica. Un testimone che ci ricorda che la santità non è evasione dal mondo, ma immersione totale nella sua fatica, con lo sguardo e il cuore di Cristo.
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