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mercoledì 05 agosto 2020 | ore 00:47

"Sì allo smart working"

Secondo il sondaggio pubblicato su Open Innovation Lombardia, quasi la totalità dei partecipanti vorrebbe continuare a lavorare da casa anche dopo l’emergenza Coronavirus.
Attualità - Smart working (Foto internet)

Si è chiusa con risultati significativi la consultazione pubblica sulle forme di lavoro agile che Regione Lombardia ha avviato su questa piattaforma, per conoscere le esperienze dei cittadini lombardi che lavorano da casa in seguito all’emergenza Coronavirus e per guidare l’utilizzo di questa modalità di lavoro anche nella fase 'post' COVID-19. Ne emerge un dato su tutti, ovvero la promozione per il lavoro agile anche per il futuro. Nonostante l’avvio non programmato e alcuni limiti subiti, infatti, la quasi totalità dei partecipanti vorrebbe proseguire con l’esperienza anche dopo l’emergenza. Il contesto - L’emergenza Coronavirus e le misure del governo hanno spinto milioni di italiani, d’intesa con i datori di lavoro, a svolgere le proprie mansioni da casa. Forme di lavoro agile sono così state estese ad aziende e contesti da cui finora questo erano state escluse: una novità che potrebbe avere effetti a lungo termine. Regione Lombardia ha chiesto dunque ai cittadini di evidenziare gli strumenti utilizzati, il grado di soddisfazione, le criticità incontrate nel lavoro da casa, che per comodità indichiamo come Smart Working anche se, data l’emergenza, la sua attivazione è avvenuta in deroga a quanto previsto dalla legge 81 del 2017 (che lo caratterizza per flessibilità e autonomia organizzativa, volontarietà delle parti e adozione di strumentazione tecnologica). L’identikit dei partecipanti - Con la consultazione (chiusa l’11 maggio) sono stati eseguiti oltre 6.500 questionari, compilati per l’88% da lavoratori. Il 55% dei partecipanti è dipendente del settore pubblico, e in particolare un partecipante su tre è dipendente di Regione Lombardia. Per quel che riguarda la distribuzione territoriale, è netta la prevalenza delle risposte dall’area metropolitana di Milano (54%). Oltre 350 partecipanti provengono dalle altre regioni. Si tratta in gran parte di donne (60%), la maggior parte delle persone che ha risposto ha tra i 36 e i 55 anni (la fascia più rappresentata è quella 46-55 anni, il 36%). Il 60% ha una laurea/diploma accademico di primo o secondo livello o Master, il 62% è impiegato. Il 43% dei partecipanti operanti nel settore privato già lavorava (spesso o saltuariamente) in Smart Working, solo il 15% lo faceva nel settore pubblico. In Lombardia nel complesso il 17% dei partecipanti dichiara di aver già lavorato in smart working. Il messaggio - Il segnale lanciato è netto: tra coloro che si dichiarano alla prima esperienza di Smart Working, il 94% dei partecipanti è favorevole a utilizzare questa modalità anche in futuro. Percentuale che sale al 97% tra chi invece era già abituato al lavoro agile. Sempre tra chi ha sperimentato per la prima volta il lavoro agile, il 60% si dice più soddisfatto grazie alla flessibilità degli orari, rispetto a quanto accadeva con il lavoro tradizionale. Da notare che tra le donne con contratto full-time e figli minorenni aumenta del 5% la percentuale di chi si sente più soddisfatta rispetto a prima e aumenta del 3% la percentuale di chi vorrebbe continuare con il lavoro agile, rispetto al lavoratore medio. Il livello di stress dei lavoratori beneficia dello Smart Working: mediamente è maggiore il numero di partecipanti che si definisce meno stressato (50 %). Solo 1 partecipante su cinque si definisce più stressato del solito, frazione che cresce a quasi 1/3 in presenza di almeno un figlio minorenne in casa e cala leggermente in assenza di prole. Tale benessere è probabilmente riconducibile al risparmio di tempo per raggiungere il posto di lavoro o la scuola: il 42% dei partecipanti è un pendolare (e il 20% dei pendolari dichiara un tempo di viaggio superiore alla mezz’ora). Quanto alle suddivisioni di genere, il livello di stress aumenta sia in funzione del numero di figli sia del sesso. Questo sembra indicare che la donna necessiti di più flessibilità in termini di Smart Working (55 % contro il 52 % degli uomini) o altre forme (71 % contro il 62% degli uomini). Gli ostacoli e le best practice - La mancata adozione dello smart working prima di questa emergenza è dovuta a una mancanza di interesse (quasi 1/3 dei partecipanti) o a difficoltà procedurali (20% nel pubblico e 28% in Regione Lombardia). Nel settore privato si possono presentare anche barriere normative (9%). Il 36% degli intervistati ha dovuto adottare nuove tecnologie durante l’emergenza. Tra le barriere tecnologiche riscontrate, l’ostacolo maggiore è rappresentato dalla qualità della connessione internet (segnalato da 34%), quindi dall’hardware a disposizione (19%). Da segnalare che il 37% dei dipendenti di Regione Lombardia contro il 27% di dipendenti del restante settore pubblico lombardo dichiara di non aver riscontrato alcuna barriera tecnologica: percentuale superiore anche al 35% del settore privato. A livello organizzativo pesa invece la difficoltà a separare i tempi del lavoro dal tempo libero, in particolare nel settore privato (43%, contro il 37% del settore pubblico). Per rendere più efficace il lavoro agile, viene suggerito tra l’altro di lavorare per obiettivi e non per orari (con una responsabilizzazione personale che caratterizza il ‘vero’ Smart Working, così come definito anche dalla normativa) e di puntare su tracciabilità e rendicontazione, con obiettivi e tempistiche verificabili.

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