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giovedì 20 giugno 2019 | ore 19:58

"Vorrei, non vorrei, ma se vuoi..."

Lunedì mattina scorso (3 giugno) il Premier Conte aveva chiamato i giornalisti: “Avrò cose importanti da dire”, aveva annunciato. Ma la conferenza stampa, alla fine...
Politica - Giuseppe Conte con Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Lunedì mattina scorso (3 giugno) il Premier Conte aveva chiamato i giornalisti: “Avrò cose importanti da dire”, aveva annunciato. Ma la conferenza stampa, che si è tenuta in serata, è presto sfociata nell’ennesimo balletto sulle punte di questo nostro esecutivo del compromesso. Anzi, per dirla tutta, l’incontro con i giornalisti si è trasformato in una sorta di “vorrei, non vorrei, ma se vuoi...” cantato da Conte sul suo futuro da Primo Ministro. Nel capolavoro originale il grande Lucio Battisti cantava di un amore finito e di “un ricordo che, come sai, non consola”. Allo stesso modo Conte preannuncia dimissioni, ma subito dopo le ritratta, poi mette un paio di paletti e comincia in un racconto lento di tutto il grande fare di questo esecutivo. “Non è un bilancio”, ci ha tenuto a precisare. Non si è accorto, forse, che il tempo dei fatti l’ha superato e Salvini ha già acceso il fornello sotto la pentola a 5 stelle. È una cottura a fuoco basso, quella che la Lega ha scelto per la maggioranza grillina, che non porterà, probabilmente, ad un nuovo governo in tempi brevi, ma al travaso definitivo di tutti i consensi possibili. Salvini, infatti, pare non avere nessuna intenzione di finire presto alle urne, nonostante usi la minaccia in maniera costante per imporre la sua agenda di governo. Non ha intenzione per un motivo molto semplice: si trova da oltre un anno al potere in coabitazione con un movimento completamente alla mercé del carroccio, potendo, dunque, appropriarsi degli onori, dividendo gli oneri. Non avrebbe alcun senso mollare ora, soprattutto in vista di una manovra finanziaria, che si preannuncia dolorosa. Poter contare su un socio tanto ridimensionato, ma che in parlamento rimane il primo partito italiano, è un vantaggio che gli consentirebbe di trovare un capro espiatorio per i contenuti onerosi della manovra, appropriandosi, come ormai è già avvenuto, della paternità della flat tax, parimenti, dell’attestato di colui che ha abbassato le tasse. E se effettivamente sarà la flat tax l’unica misura forte della finanziaria, allora si aspetterà marzo, quando il contaminuti del cucinino inizierà a suonare e il piatto sarà pronto; travaso terminato. Li, allora, si voterà, ma non sono da escludere sorprese. Non tanto in termini di percentuali, quanto più al futuro partner di governo. Se per il momento la favorita rimane la Meloni, non è da escludere un all in leghista per un monocolore o, al massimo, con piccole tinte di centro.

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