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Anno dopo anno il Gruppo Artistico Occhio ripropone, arricchendola di nuovi particolari e significati, la sua installazione per la Giornata della Memoria. Un gesto che non è semplice ripetizione, ma scelta consapevole: tornare sugli stessi segni per interrogarli di nuovo, alla luce del presente, e rimettere al centro una domanda che resta attualissima: che cosa c’entra l’arte con la storia, con la memoria, con le grandi ferite del Novecento?
La risposta che emerge dall’opera – e dal percorso del gruppo – è netta: senza libertà l’arte non esiste. L’arte è espressione del sentire, capacità di agire e di produrre a partire dall’esperienza, dalla conoscenza e dalla tecnica. È, per sua natura, apertura alla diversità. Per questo entra inevitabilmente in conflitto con ogni forma di pensiero autoritario, che pretende di stabilire cosa è accettabile e cosa no, quali sensibilità possano esistere e quali debbano essere negate.
La storia del nazismo lo dimostra tragicamente. La sua cultura e la sua propaganda affondavano le radici proprio nella negazione delle differenze: etniche, culturali, religiose, affettive. Agli ebrei, agli zingari, agli omosessuali, a chiunque fosse ritenuto “altro”, veniva negato non solo il diritto di esprimersi, ma il diritto stesso di esistere. In questo disegno rientravano anche molte forme artistiche, bollate come “arte degenerata”: basti pensare a nomi come Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Marc Chagall, Gustav Klimt, Paul Klee, artisti che oggi rappresentano colonne della storia dell’arte del Novecento.
L’installazione del Gruppo Artistico Occhio traduce tutto questo in simboli potenti e immediati. La rosa richiama la Guernica di Picasso: dal braccio spezzato di un guerriero, da una spada, nasce un fiore. Anche nel mezzo della distruzione può germogliare la speranza. Il vestito rosso della bambina, ispirato al film Schindler’s List, richiama la responsabilità della coscienza individuale e il valore delle scelte personali: come quelle di Oskar Schindler, capace di opporsi alla macchina dello sterminio salvando migliaia di vite. La farfalla gialla rimanda al colore della stella imposta agli ebrei, mentre la divisa a strisce dei campi di concentramento diventa simbolo universale di tutte le persone che, ieri come oggi, guerre e violenze costringono a una condizione di sottomissione.
È un’opera che non urla, ma interroga. Che non chiude il passato in una teca, ma lo mette in dialogo con il presente. Perché ricordare, come sottolinea il Gruppo Artistico Occhio, non significa solo guardare indietro: significa vigilare sul presente, riconoscere ogni forma di negazione dell’altro, e continuare a difendere quella libertà senza la quale – nell’arte come nella vita – non può esserci futuro.
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