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lunedì 16 settembre 2019 | ore 17:11

"Né USA, né URSS"

Il secondo dopoguerra è caratterizzato da un lato dalla tensione crescente tra Usa e Urss, dall’altro dal definitivo completarsi del processo di decolonizzazione.
Rubrica Nostro Mondo - Conferenza di Bandung (da internet)

Il secondo dopoguerra è caratterizzato da un lato dalla tensione crescente tra Usa e Urss, dall’altro dal definitivo completarsi del processo di decolonizzazione. Gradualmente molti paesi dell’area, definita in seguito come ‘terzo mondo’, raggiungono l’indipendenza. Questi Stati entrano a pieno titolo nelle dinamiche della Guerra Fredda ma, come scritto in precedenza e facendo riferimento soprattutto all’area mediorientale, l’avvicinarsi a una superpotenza o all’altra sembra essere una ‘reazione’ a un evento specifico, un calcolo dettato da ragioni contingenti, più che una scelta ideologica aprioristica. Si sviluppa infatti- e non solo nel Levante- l’idea che sia necessario garantirsi la massima autonomia possibile rispetto alle tendenze egemoniche sia degli Stati Uniti che dell’Unione Sovietica. Nasce così il movimento dei ‘non allineati’, una serie di paesi che rivendicano il diritto di non essere condizionati dalle decisioni e dalle convenienze delle due superpotenze. Tale principio viene dichiarato esplicitamente durante la conferenza di Bandung (Indonesia, 1955); nonostante incontri successivi aumentino il numero dei sostenitori della neutralità rispetto ai due blocchi, necessaria per raggiungere la piena emancipazione politica, il movimento non raggiunge lo scopo prefissato (basta ricordare la data della conferenza di Bandung per capirlo): le nazioni aderenti, tese negli anni seguenti a ricavare quanti più benefici possibili dallo scontro Est- Ovest, sono troppo diverse tra loro per trovare una linea comune. Tuttavia l’idea di trovare una ‘terza via’ tra capitalismo e comunismo non tramonta, trovando infine un punto di riferimento teorico nella Rivoluzione Iraniana del 1979. Nello stesso anno, l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan per sostenere il governo del partito democratico-popolare, di palese ispirazione marxista e le cui politiche causano la resistenza armata di diverse fazioni, alcune formate da islamici radicali. L’intervento di Mosca, imprudente rispetto alla tradizionale cautela sovietica, è segno di una crisi di sistema; eppure viene interpretato dalla comunità internazionale, Stati Uniti in primis, come un’indebita intromissione in un’aerea, quella del Golfo Persico, estranea alla diretta sfera d’influenza dell’Urss.

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