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5°Milano / Malpensa
5°C’è un modo di guardare alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi che va oltre il cronometro, le medaglie e le classifiche. È lo sguardo che prova a cogliere nello sport una narrazione più profonda, fatta di fatica, disciplina, relazioni e desiderio di superare i propri limiti. È questo il filo conduttore della celebrazione che si è svolta nella Basilica di San Babila, cuore simbolico del progetto diocesano legato a Milano-Cortina 2026, con l’accoglienza della Croce degli Sportivi.
Un momento intenso e partecipato, che ha visto riuniti atleti, allenatori, giovani degli oratori, rappresentanti delle società sportive del territorio e autorità civili. San Babila, scelta come chiesa di riferimento per il periodo olimpico, ha dato così ufficialmente il via al percorso “For each other – L’uno per l’altro”, promosso dalla Diocesi come cammino di accompagnamento spirituale ai Giochi.
Nel corso dell’omelia, l’Arcivescovo ha offerto una lettura originale e concreta dello sport: non solo competizione, ma vera e propria “scuola di vita”. Il corpo degli atleti, ha sottolineato, racconta storie di perseveranza, di allenamenti silenziosi, di cadute e ripartenze. Racconta quanto sia necessario saper governare le passioni, accettare la fatica, affidarsi a una guida, imparare a lavorare in squadra. Ma soprattutto insegna a stare dentro il limite, senza viverlo come una sconfitta.
In questo senso, Olimpiadi e Paralimpiadi diventano una grande metafora della condizione umana: c’è chi corre, chi cade, chi si rialza, chi convive con una disabilità trasformandola in possibilità. Lo sport, nella sua forma più autentica, diventa linguaggio universale capace di parlare a tutti, senza barriere.
Al centro della celebrazione, la Croce degli Sportivi: un simbolo che accompagna i Giochi dal 2012 e che arriva in ogni città olimpica come segno di riflessione e di dialogo. Realizzata con legni provenienti da diverse parti del mondo, presenta al centro uno spazio vuoto, una sorta di apertura che invita a guardare oltre l’apparenza. Non un corpo scolpito, ma un’assenza che interroga, che chiede di essere riempita di senso, di domande, di speranza.
A rendere ancora più significativo il momento, il messaggio di papa Leone XIV, letto al termine della celebrazione, con l’auspicio che le Olimpiadi sappiano generare legami di amicizia e fraternità, diventando occasione per costruire ponti tra popoli e culture. Un invito a vivere lo sport come strumento di crescita integrale della persona, capace di promuovere accoglienza, solidarietà e rispetto.
Nel saluto finale, anche il richiamo a una Chiesa che desidera camminare accanto agli sportivi e alle comunità locali, condividendo fatiche, sogni e attese. Non per “occupare” uno spazio, ma per offrire uno sguardo che unisca, che includa, che dia profondità ai grandi eventi.
La serata si è conclusa in modo semplice e conviviale, con un momento di festa in piazza San Babila: un piccolo segno di quella gioia concreta e quotidiana che, forse più di ogni discorso, racconta cosa può essere davvero lo sport. Non solo spettacolo, ma occasione per sentirsi parte di qualcosa di più grande: una comunità in cammino, “l’uno per l’altro”.
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