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giovedì 30 maggio 2024 | ore 02:21

"Una bimba a servizio"

"Sto passeggiando al mercato con una delle mie sorelle, mi soffermo ad una bancarella di dolciumi, guardo, ci sono tante cose invitanti, ma non so cosa scegliere. Dico a mia sorella “se solo le avessimo avute da piccole...”.
Rubrica - 'Trucioli di Storia'

"Sto passeggiando al mercato con una delle mie sorelle, mi soffermo ad una bancarella di dolciumi, guardo, ci sono tante cose invitanti, ma non so cosa scegliere. Dico a mia sorella “se solo le avessimo avute da piccole...” Infatti da piccola avevamo lo stretto necessario per sopravvivere e i dolci erano un lusso che non potevamo permetterci. Eravamo in dodici in casa 10 fratelli e sorelle più mamma e papà. Vivevamo in una casa piccolissima, una cucina ed una sola stanza per dormire, tant’è che quando arrivò il più piccolino dei miei fratelli non vi era più posto per un altro letto, la culla quindi diventò l’ultimo cassetto del comò. Lavorava solo papà ed io che ero la più grande, appena raggiunsi i 10 anni cominciai a lavorare per portare a casa qualche soldino. Dalle mie parti le ragazzine a qual tempo si usava mandarle a servizio in case facoltose. Io fui fortunata, mi prese a servizio una coppia di sposi molto ricchi che avevano una bellissima villa in paese. Non avevano figli e si affezionarono a me come se lo fossi, la signora era bravissima non mi faceva fare mestieri pesanti, si limitava a farmi spolverare e a farmi fare qualche lavoro molto leggero. Stavo da loro tutto il giorno, ero diventata per loro più che un aiuto una compagnia e al mezzogiorno mi offrivano persino il pranz;, da loro si mangiava la carne, cosa che in casa mia non ve n’era nemmeno l’ombra, costava troppo. Mi ricordo come se fosse ieri il sapore delle bistecche, forse era la fame ma le trovavo squisite. Quando tornavo ero invidiata dai miei fratelli tanto che la prima cosa che mi chiedevano non era se ero stanca o quale lavoro avevo svolto ma cosa mi aveva dato da mangiare la signora. Il marito invece ogni tanto mi chiedeva di aiutarlo a lavare la macchina come extra contratto, non tanto perchè ne aveva bisogno ma perchè voleva poi alla fine mettermi in tasca qualche soldino in più, sapeva che se mi avesse regalato dei soldi senza far nulla il mio orgoglio ne avrebbe risentito, così invece era sicuro che li avrei presi senza offesa. Il loro affetto per me diventò talmente tanto che chiesero a mia mamma di potermi adottare, capitava spesso tra le persone facoltose che non potevano avere figli di poterli avere in quel modo, ma non in casa mia. Anche se la mia paghetta era molto importante per sbarcare il lunario, appena lo seppero i miei genitori mi imposero di non andare più a servizio da loro. Mio papà alla signora, con molto rispetto, rispose che sotto il suo tetto se si riusciva a mangiare in 11 lo si poteva fare anche in 12. Mia mamma invece con la semplicità di quei tempi rispose che ogni suo figlio è come un dito della mano, senza anche solo uno di loro la mano non sarebbe più la stessa e non avrebbe potuto fare più nulla. Eravamo in tanti in casa, vero, ma tanto la casetta era piccola tanto era grande invece l’amore che vi abitava, un amore insegnato dai genitori nella fatica quotidiana, non esente da conflitti o idee diverse ma comunque quell’amore e rispetto che continua ancora oggi tra noi fratelli". (Nonna Velia, ricordi di terra veneta degli anni '50)

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