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mercoledì 25 novembre 2020 | ore 17:03

Dal primo libro dei social

Date ai grandi quel che è per grandi e lasciate Tik Tok a chi lo sa usare bene, con i fini comunicativi per i quali è nato.
Generica - Immagini di Tik Tok (foto internet)

In principio fu Facebook, il social network pensato per ritrovare online le persone conosciute, seppur di sfuggita, nella vita reale. Non a caso questo social media si chiama, letteralmente, “faccia-libro”: il suo creatore si era ispirato ai tradizionali annuari scolastici americani, che potremmo definire l’album delle figurine Panini dei compagni di classe/scuola/università. Facebook era un luogo virtuale ameno, popolato da giovani sgallettati in cerca della compagna di studi seduta alla caffetteria del campus o in biblioteca. Ma, poi, gli adulti e gli over 40 si accorsero che Facebook era cosa buona e decisero di fare il loro debutto lì, creando un profilo personale. Entrarono (metaforicamente) nella caffetteria del campus e nella biblioteca, incuranti del fatto che chi già popolava le pagine del social considerava il loro ingresso un’invasione della privacy, quella privacy che ogni giovane vuole preservare nei confronti dei propri genitori, zii, professori.

E fu sera e fu mattina.

I giovani decisero di lasciare Facebook per cercare la terra promessa. E cominciarono, così, il loro peregrinare verso Snapchat, il social in cui tutto ciò che si pubblicava veniva automaticamente distrutto entro 24 ore. Ce la misero tutta per non farsi scoprire e per non far capire i loro messaggi non solo agli adulti, ma anche ai brand, alle marche in cerca di un social sul quale pubblicare l’invito ad acquistare prodotti di consumo di massa: si camuffarono con filtri, orecchie di animale e musini teneri, distrussero i loro post, utilizzarono gerghi segreti, QR code e nickname. Ma commisero un errore: migrarono su Instagram, che aveva introdotto molti di questi elementi in un’interfaccia grafica più accattivante e fruibile. E anche gli adulti conobbero Instagram, applicazione comprata poi da Facebook insieme pure a Whatsapp, e videro che era cosa buona. E decisero di iscriversi al social, sottraendo un altro spazio di comunicazione agli adolescenti.

E fu sera e fu mattina.

Poi arrivò Tik Tok, il social network cinese. Semplice, banale, forse anche un po’ sciocco. Tutto basato sui video, una forma di comunicazione talmente basica da essere universale. Un social che, avendo gli occhi a mandorla, fa addirittura paura al potere costituito per eccellenza, ovvero il Presidente degli Stati Uniti d’America. Finalmente la terra tanto agognata dai teenager! E ora, cosa sentono le mie orecchie? “Dobbiamo trovare il modo di sponsorizzare la nostra bevanda su Tik Tok”, “Dobbiamo capire come far partecipare il nostro brand all’ultima challenge (sfida) di Tik Tok per guadagnare visibilità”, “Pensiamo a un modo per fare politica su Tik Tok”. Dopo che addirittura i nonni hanno colonizzato Whatsapp diventando portatori sani di catene di Sant’Antonio e dolci immagini di buongiorno e buonanotte, ora gli adulti si vogliono impossessare anche di Tik Tok.

E allora vi dico: date ai grandi quel che è per grandi e lasciate Tik Tok a chi lo sa usare bene, con i fini comunicativi per i quali è nato. Lasciate che i giovani socializzino in un territorio virtuale vietato ai maggiori. Lasciateli parlare di ciò che vogliono, non di ciò che noi adulti pensiamo sia meglio per loro.

E fu sera e fu mattina.

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