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martedì 05 luglio 2022 | ore 20:59

"Riforma Fiscale? E' necessaria"

Il Sen. Massimo Garavaglia spiega l'intervento verso il Federalismo Fiscale
Marcallo - Il Sen. Massimo Garavaglia

Le dichiarazioni delle scorse settimane sulle tasse hanno animato il dibattito politico: le tasse vanno ridotte, anzi no… Ognuno ha detto la sua finchè Tremonti non ha fatto la sintesi, al solito, a suo modo; “La riforma fiscale è possibile, ma servono grande prudenza e grande consenso”. A nostro avviso la frase e il resto dei concetti espressi dal Ministro, in un’intervista sul Messaggero, si possono tradurre così: la riforma fiscale è necessaria perché il sistema attuale non funziona più; non si può ridurre l’entrata totale dello Stato altrimenti si va diretti al dissesto: ciò non significa che non si possano ridurre le tasse a chi oggi ne paga troppe; nel fare la riforma occorre tener conto delle istanze degli attori sociali, lavoratori dipendenti, autonomi, imprese…; il tutto va fatto nella cornice già delineata del federalismo fiscale. Messa così la faccenda sembra ancora più complicata, ma cerchiamo lo stesso di fare un po’ di ordine. Partiamo da alcune indiscutibili storture del sistema attuale: il 10% dei contribuenti paga più della metà del totale delle tasse; 2 contribuenti su 3 dichiarano meno di 20.000 euro lordi, 1 su 3 meno di 10.000; il sistema è talmente complesso che non si può più fare a meno del commercialista o del Caf (89 pagine di istruzioni per il 730 del 2009); in Italia tasse e contributi arrivano al 44% del costo del lavoro. Un dipendente che guadagna 1000 euro netti, ne costa all’azienda quasi 1.800 a causa del fisco. La media europea è il 34%.Potremmo continuare ma pensiamo che bastino questi esempi per giustificare una radicale riforma del sistema fiscale italiano. Anzi no, manca ancora un tassello: il sistema funziona e soprattutto è equo? No, visto che in media si consuma quasi oltre il 19% in più di quanto si dichiara al fisco, quindi l’evasione è altissima. Quindi chi paga, tanto, è fesso due volte. Uno studio del ‘Sole 24 ore’ di settembre scorso nota che “i consumi delle famiglie nel 2007, ultimo anno disponibile, hanno staccato i valori dei redditi dichiarati con il modello UNICO o il 730, che in media si sono fermati il 20% sotto il livello delle spese”. Ma il dato varia molto da regione a regione: in Calabria la distanza tra spese e redditi sfiora il 50% (ogni 100 euro dichiarati se ne spendono 148), in Sicilia è al 38,6% e si mantiene sopra il 30% in Campania e in Puglia. La situazione, tanto per cambiare, è migliore in Padania: in Lombardia, la regione dove si evade meno, si spende solo il 5,8% in più di quel che si dichiara, in Piemonte il 13,3% e in Emilia Romagna il 14,6%. Infine, per non farci mancare nulla, ricordiamo che il debito sfiora il 115% del Pil. Allora che fare? Spostare l’attenzione del fisco dal reddito, che è una fotografia ormai troppo dissimile dalla realtà, ai consumi, decisamente più facili da controllare. Oltretutto ciò è perfettamente coerente con l’impianto del federalismo fiscale, che vede proprio nell’Iva l’imposta chiave del finanziamento degli enti locali.

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