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In occasione della Giornata Mondiale del Malato, il sindacato Nursing Up richiama l’attenzione su una sproporzione strutturale che si acuisce sempre più e che sta mettendo sotto pressione il Servizio sanitario nazionale. L’aumento delle patologie croniche e l’invecchiamento della popolazione avanzano più rapidamente della capacità del sistema di garantire assistenza continua e di qualità. I numeri più recenti sono schiaccianti e delineano una realtà con scompensi e criticità non ancora risolti.
Un Paese che invecchia più rapidamente delle risposte assistenziali
L’Italia è oggi uno dei Paesi più anziani d’Europa: gli over 65 sono circa 14 milioni, quasi un cittadino su quattro, come certificato dai dati demografici ufficiali dell’ISTAT. Un dato che incide direttamente sull’aumento dei bisogni assistenziali, soprattutto sul fronte della cronicità.
Secondo il Ministero della Salute, attraverso il Piano Nazionale della Cronicità, oltre il 40% della popolazione italiana, pari a più di 24 milioni di persone, convive con almeno una patologia cronica. I dati epidemiologici elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità indicano inoltre che tra gli anziani la quota supera il 60% e cresce ulteriormente nelle fasce di età più avanzate. Le proiezioni contenute nei principali documenti programmatori nazionali stimano che nei prossimi dieci anni i malati cronici supereranno i 30 milioni, per effetto dell’invecchiamento demografico e della maggiore sopravvivenza a patologie un tempo rapidamente letali.
Le condizioni croniche più diffuse riguardano in particolare le malattie cardiovascolari, il diabete, le patologie respiratorie croniche, le malattie oncologiche a lunga sopravvivenza e, in misura crescente con l’età, le patologie neurodegenerative e le demenze, come emerge dai rapporti epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità. Un quadro che richiede continuità assistenziale, presa in carico prolungata e accompagnamento nelle fasi avanzate della malattia.
Spesa in aumento, ma la presa in carico resta insufficiente
Autorevoli fonti economiche nazionali certificano che la spesa per l’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti sta ricadendo in misura crescente sulle famiglie: oggi in Italia oltre 4 milioni di persone non autosufficienti richiedono cure continuative e la spesa complessiva per l’assistenza sanitaria e sociosanitaria legata all’invecchiamento ha già superato i 21 miliardi di euro l’anno, con una quota sempre più rilevante sostenuta direttamente dai nuclei familiari.
La domanda di cure cresce, le risorse economiche complessive aumentano, è innegabile, ma l’assenza di un numero adeguato di infermieri rischia di trasformare questa spesa in un costo inefficiente e diseguale, più che in un investimento sulla qualità dell’assistenza.
È qui che emerge con forza la questione centrale: senza infermieri, perno delle cure, chi garantisce davvero continuità assistenziale, sicurezza e qualità delle cure, soprattutto per anziani e malati cronici?
Professionisti dell’assistenza: il pilastro silenzioso del sistema. Dove sono? Che fine ha fatto la professione base? La triste realtà tra assistenti infermieri e figure “super specializzate” per le quali manca terreno fertile
Gli infermieri rappresentano la categoria sanitaria più numerosa del Servizio sanitario nazionale e sono i professionisti che trascorrono più tempo accanto ai pazienti: nelle degenze ospedaliere, nell’assistenza domiciliare, sul territorio, nelle strutture residenziali, nei percorsi di cronicità e nelle fasi finali della vita. Eppure, proprio mentre i bisogni assistenziali crescono, la professione infermieristica di base rischia di essere progressivamente marginalizzata.
Da un lato, la discussa introduzione della figura ibrida e dalla dubbia preparazione dell’assistente infermiere, con percorsi formativi e ambiti di competenza ancora disomogenei sul territorio, e che potrà essere da qui a breve utilizzata come risposta emergenziale alla carenza di personale, senza un reale investimento strutturale sulla professione infermieristica e con conseguenze potenzialmente gravi. Dall’altro, si moltiplicano figure altamente specializzate come i nuovi laureati magistrali, per i quali (ben vengano) manca un chiaro impianto di collocazione contrattuale, organizzativa e professionale.
Tornando agli infermieri, siamo di fronte a una professione a fortissima prevalenza femminile: circa il 75% è donna. Professioniste altamente formate, con solide competenze scientifiche e qualità umane fondamentali nel percorso di cura.
A essere inadeguati non sono gli infermieri, ma i modelli organizzativi che non tengono conto dei carichi assistenziali reali, dell’impatto emotivo della professione e della necessità di conciliazione tra vita e lavoro, finendo per indebolire proprio il cuore dell’assistenza: la professione infermieristica di base.
«Quando parliamo di assistenza – sottolinea De Palma – parliamo di presenza, continuità e relazione. Senza un numero adeguato di professionisti dell’assistenza e senza un riconoscimento chiaro del ruolo dell’infermiere, la qualità delle cure diventa una variabile casuale».
La sproporzione tra bisogni di cura e personale disponibile
A fronte di questo scenario, il numero di infermieri resta largamente insufficiente. Secondo le analisi e gli studi elaborati dal sindacato Nursing Up, basati sul confronto con gli standard europei, mancano oggi circa 175mila infermieri per garantire livelli di assistenza adeguati. Una carenza strutturale che incide direttamente sulla qualità delle cure, sulla sicurezza dei pazienti e sulla sostenibilità dei servizi.
Le richieste di Nursing Up:
un rafforzamento strutturale del numero degli infermieri, colmando il divario rispetto agli standard europei;
politiche nazionali omogenee per ridurre le disuguaglianze territoriali;
valorizzazione delle competenze professionali e umane dei professionisti dell’assistenza;
investimenti sulla continuità assistenziale, inclusi i percorsi nelle fasi avanzate della malattia.
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