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lunedì 28 settembre 2020 | ore 17:28

L'abito fa... il monaco

Fare shopping con la Jalabiya. Come veniamo guardati in base a cosa indossiamo. Abbiamo fatto un'esperimento (sociale) in alcuni paesi del nostro territorio.
Inchieste - Fare shopping con la Jalabiya

I cellulari sul divano, collegati via bluetooth alle casse. Maher Zain, con la sua musica, ci terrà compagnia. Le finestre sono aperte. La brace per cucinare già arde. La melodia di “Ya nabi salam alayka”. Basta poco per stare in compagnia di amici, spensierati. Mi porgono una jalabiya, il tradizionale abito musulmano, la indosso subito. Mi darà sollievo dato che fa molto caldo e le zanzare sono agguerrite. Tutti fanno tutto, i ragazzi egiziani sono molto bravi in cucina. Khaled è fantastico. Ali composto. Farag si è dimenticato il pane, l’aranciata e l’anguria. Mi chiede di accompagnarlo al vicino supermercato. Solo durante il tragitto mi accorgo di non indossare i miei jeans, la t-shirt e le scarpe. Dentro il “camicione” sto davvero bene e sono a mio agio. Per la prima volta non ho la mia divisa da occidentale. Al supermercato sono una mosca bianca. Bianca in tutti i sensi. La mia carnagione desta sospetto. La gente è incuriosita. Alcuni cercano di nascondere il sorriso passandosi la mano sul viso. Altri mi guardano con occhi sgraziati. Non ci penso. Farag mi parla. Non sono più a mio agio. E’ interessante e a tratti triste, anche se per così poco tempo, sentirmi inadeguato, diverso e non in linea alle circostanze, semplicemente per un abito che sto indossando. Alla cassa pago io. In italiano perfetto ringrazio, saluto, auguro una buona serata. Ho ancora gli occhi puntati addosso. Fortunatamente la musica si fa sempre più vicina e l’aria familiare ricomincia ad avvolgermi. Ci ripenso, tutta sera. Poi, prima di salutare gli amici che mi hanno ospitato alla festa, mi infilo nuovamente nei miei abiti. Mi guardo allo specchio. Salam aleikum.

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