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venerdì 14 agosto 2020 | ore 21:49

Io, infermiera per curare il Covid-19

La testimonianza di un’infermiera dell’Ospedale ‘Sacco’ di Milano, struttura di riferimento nazionale per le malattie infettive, completamente trasformata per l’emergenza sanitaria.
Milano - Ospedale Sacco (foto internet)

Cosa hai pensato quando è risultato il primo tampone positivo di un caso di Covid-19 in Italia, a Codogno?
“Difficile a dirsi! Sicuramente spavento. Mi sono chiesta cosa fosse successo e come... come una patologia bollata come ‘cinese’ fosse arrivata fino a qui… Avevo seguito la vicenda, ma da lontano. Non pensavo toccasse anche a noi”.
“Il mio è un reparto di medicina generale, ci occupiamo di pazienti con patologie internistiche, in particolare pazienti con scompenso cardiaco. È un reparto a media intensità di cura, che accetta pazienti provenienti dal Pronto Soccorso. I pazienti più gravi sono nelle rianimazioni, poi ci sono i reparti medi, come il mio, e poi quelli a bassa intensità, come la ex ortopedia. Noi abbiamo pazienti in ossigeno terapia e caschi cpap, sono presidi non invasivi ma che danno un supporto ventilatorio elevato perché hanno polmoniti spesso bilaterali. I pazienti, non tutti, hanno bisogno di flussi di ossigeno elevatissimi, in associazione a pressioni. Questo viene garantito, per esempio, da questi dispositivi, i caschi cpap: sono isolati dal mondo e, dentro, subiscono pressioni e rumori assordanti, come d’aereo. Per cui se tu parli, loro non ti sentono… lo devono tenere su anche 24 ore su 24 e non possono né bere né mangiare”.
“I primi pazienti all’Ospedale Sacco - ci racconta - sono stati gestiti dal Pronto Soccorso, e nel frattempo avevano trasformato tutto il padiglione infettivi (3 piani) per l’accoglienza di questa tipologia di pazienti. Per cui io ho seguito l’evolversi della patologia mentre, pian piano, colonizzava tutto l’Ospedale: prima il Pronto Soccorso, poi gli infettivi e le rianimazioni, per poi, nei giorni scorsi, trasformare anche il mio reparto. È stato un crescendo, il numero di casi fuori corrispondeva alla trasformazione dell’ospedale. I primi pazienti nel mio reparto sono arrivati tutti insieme; in due giorni abbiamo occupato 30 posti letto!”
Cosa ti colpisce di più di questa malattia?
“Mi ha colpito come il Coronavirus colpisca tutti, indifferentemente. Abbiamo molti pazienti anziani, come le persone giovani. Un effetto da sottolineare è la solitudine. Sono terribilmente soli. Devono stare in stanze, separati. Il contatto con i parenti ovviamente è escluso. E anche con i sanitari è molto breve. Per cui, oltre alla paura, perché è comunque ancora una patologia di cui non si sa moltissimo, i pazienti sono molto soli ed è la cosa che a noi fa più tristezza”.
A mano a mano che è ‘esplosa’ la situazione, cosa provavate voi come infermieri, medici, personale sanitario e come pensi si stia gestendo l’emergenza?
“È stato bellissimo vedere come il mio reparto e i miei colleghi si sono mossi. Non uno si è tirato indietro, anzi! Non me lo sarei mai aspettato, ma tutti ci siamo trovati ad incoraggiarci a vicenda, abbiamo creato un gruppo WhatsApp pieno di messaggi per rincuorarci e farci forza. Il giorno prima che arrivassero i pazienti, dovevamo trasformare anche noi il reparto: era una domenica, i miei colleghi si sono trovati a sistemare sale di vestizione e svestizione, creare percorsi ‘puliti’ e ‘sporchi’, hanno portato da mangiare e hanno mangiato insieme. Anche ora, quando lavoriamo, siamo accuratissimi: c’è precisione, c’è ordine, attenzione a tutto (ammetto, molto più di prima). E non è che, clinicamente, ci troviamo a gestire pazienti più gravi o complessi rispetto a quelli a cui eravamo abituati, ma si è fatto più gruppo. Ovvio che è una situazione ancora in evoluzione. Molte cose escono e si scoprono solamente il giorno stesso. I protocolli ed i turni cambiano ogni giorno, e starci dietro è difficile. Pochissimi di noi abitano da soli. Da quando è iniziato tutto viviamo in quarantena: nessuno più mangia con i propri familiari, ci si avvicina solo con la mascherina. Molti di noi non vedono genitori o fidanzati da almeno un mese, mamme che non baciano i figli o abbracciano i mariti… Le mie colleghe, avendo case piccole, hanno preso una casa in affitto, da sole, per non infettare i familiari. Ma nessuno di noi ha detto di no, questo mi ha colpito molto. Perché veramente si ha in mente perché lo si fa. E cosa vale! È pazzesco poi il sostegno delle persone in questo periodo: ad ogni turno troviamo chili di cibo per noi, portato da persone sconosciute. Moltissimi ristoranti, pizzerie ecc, mandano per tutti, sempre, da mangiare. È il loro modo per dirci ‘grazie’”.
Quale storia ti ha colpito maggiormente?
“Avevamo ricoverato un paziente, da una città vicino Milano. Alcuni giorni fa, dopo essere stato da noi più di 10 giorni, lo abbiamo dimesso, poteva tornare a casa, in quarantena. Io ero felicissima! Lui tremava, e piangeva… Gli ho chiesto se non fosse felice, finalmente, di tornare dalla sua compagna, per lo meno a condividere lo stare sotto lo stesso tetto. Mi ha detto che aveva paura. Per noi, per il suo compagno di stanza… e che era felice, ma timoroso: si chiedeva perché lui si salvava, visto che una sua cara amica, di pochi anni più grande, era deceduta. Ha voluto tenersi il termometro che tutti i giorni usavamo per lui, per monitorargli la febbre: voleva scriverci la data della dimissione. Mentre se ne andava continuava a piangere e a ringraziarci. Mi ha colpito moltissimo vedere un uomo, di 40 anni, piangere così, non è da tutti i giorni. Commosso di esserci, ma spaventato, chiedersi ‘perché io sì?’”.
Cosa prevedete per sviluppo della pandemia e ritorno alla normalità?
“È una domanda a cui non so rispondere. Adesso, sinceramente, guardiamo giorno per giorno le situazioni da affrontare, a cosa ci è chiesto oggi. Ritorno alla normalità… sarà come prima? Spero di no. Sta succedendo qualcosa di inimmaginabile, non si potrà far finta che non sia successo. Io in primis sto imparando che nulla, ma proprio nulla, nemmeno fare la spesa in tranquillità, è scontato.
Spero che una consapevolezza del genere rimanga, che noi, come esseri umani, di fronte ad un virus di dimensione invisibile, siamo nulla...”
Cosa significa per te il tuo lavoro e come lo vivi in questi giorni, con quali sensazioni ed emozioni, curando pavienti con il Covid-19. Paura? Orgoglio? Desiderio di fare tutto il possibile? Impotenza?
“Il mio lavoro mi aiuta ad uscire da me, dal mio egoismo - si confida - Sei a contatto tutti i giorni con le miserie umane, la malattia, il dolore, la morte. Non solo ora che c’è il Coronavirus. Diciamo che ora c’è ancora più attenzione, più empatia, proprio perché sono pazienti spaventati e soli. Impotenza sicuramente no: voglio esserci, cerco di esserci, con tutta me stessa! Essere infermiera è bellissimo. Hai il privilegio di esserci nel momento in cui l’altro ha più bisogno, è più fragile, è nel suo ‘nulla’, cioè è semplicemente un uomo. E tu sei chiamata ad essere lì per lui… Non siamo gli eroi di niente. Però ci siamo e, certo, si fa tutto il possibile.
Sicuramente vorrei sottolineare che ciò che stiamo facendo, tutti, è bellissimo e ha valore. Da chi sta in casa, rispettando le misure in vigore, a chi è in ospedale e cura e assiste e salva, da chi cucina per tutti a chi propone diverse cose da fare per non sprecare il tempo in quarantena… sono mille modi creativi e intelligenti nati in questo periodo, per fronteggiare l’emergenza. È bellissimo vedere un popolo che si tiene a distanza per non contagiarsi ma, in realtà, unisce i cuori”.

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