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giovedì 27 gennaio 2022 | ore 01:58

Tettamanzi: "Giovani e famiglia, oggi"

Malpensa - Visita Tettamanzi4

Giovani e famiglia, oggi

1. Cosa significa essere giovani nel secondo paese più vecchio del mondo? Giovani come minoranza protetta e vezzeggiata o minoranza insignificante e negletta?
Penso che si debba riflettere più abitualmente e più seriamente sul tema dei
giovani e del loro significato nell’attuale situazione sociale ed economica del Paese.
È certo che in chiave numerica i giovani sono da noi un’indubbia minoranza. Ma che
tipo di minoranza sono? Insignificante? Non certamente. Negletta? Probabilmente sì,
nel senso di dimenticata o comunque poco curata, lasciata a se stessa. È l’aver preso
le distanze dai giovani che, semmai, li rende “insignificanti”: non perché lo siano in
effetti, ma perché vengono costretti, in qualche modo condannati, ad esserlo.
Credo che la risorsa più importante del nostro Paese sia davvero quella
“umana”, siano cioè le persone concrete e le loro qualità, in termini di istruzione, di
valore e di carattere. E in questo senso i giovani sono terreno fertile, apertura al
nuovo, risorsa preziosa e necessaria. Ma questo chiede di favorire una circolazione
virtuosa tra le generazioni.
Se noi adulti, in primis le famiglie, siamo il luogo e l’espressione di
un’esperienza umana matura, intessuta di ideali e di testimonianze positive, non
possiamo non sentire il bisogno di custodire – nel senso più bello e nobile del termine
- i nostri giovani e, soprattutto, di renderli protagonisti responsabili di quell’impresa
esaltante e impegnativa che è la vita umana: impresa che, se ha in noi e in chi ci ha
preceduto le sue radici, nei giovani ha non solo i suoi frutti ma anche un ulteriore
principio di crescita e di rinnovamento.

2. In dieci anni sono triplicati i giovani sotto i 35 anni che restano a carico
della famiglia di provenienza. È il primo ostacolo alla creazione delle nuove
famiglie. Secondo lei siamo in presenza di un eccesso di protezione
"italiana" verso i figli o di una condizione macroeconomica esterna da
debellare?
Rileverei anzitutto che i giovani di oggi rappresentano le prime generazioni che
non risentono degli effetti di quel processo storico che è stato segnato dai tratti anche
duri della ricostruzione del Paese, ma si scontrano con una crisi che il quadro
macroeconomico e i suoi effetti configura come crisi globale, rendendo impossibile
pensare con tranquillità al proprio futuro.
In questo contesto pare di poter dire che i figli veramente “protetti” sono quelli
che, tra l’altro, un lavoro l’hanno e possono così iniziare a costruirsi un domani con
una famiglia propria e diversa da quella dei genitori. Può darsi però che a non pochi
giovani manchi il coraggio di prendere il largo a motivo delle molte incertezze (non
solo economiche) che generano paura, spingendo così a posporre continuamente le
scelte più importanti del vivere.
Ci sono poi altre situazioni da registrare: da un lato l’obiettiva mancanza o
comunque scarsità di solidarietà tra le diverse generazioni, dall’altro lato la
confusione tra valori che rendono realmente buono il vissuto quotidiano e ideali
fragili e incerti che finiscono per intaccare la libertà di scelta… Mi chiedo: non è
forse questo il frutto malato di una macroeconomia che sostiene solo se stessa in un
finto e irreale gioco finanziario?
In occasione del dibattito in corso ho raccolto alcuni pensieri che desidero
offrire a tutti voi come spunto per una riflessione sempre più necessaria nel contesto
storico che stiamo vivendo. Parto dalla convinzione che solo con una effettiva
solidarietà tra generazioni potremo dare futuro non solo ai giovani, ma a tutta la
nostra società che sempre più è composta da anziani e “grandi anziani”. Penso si
possa tentare un’applicazione di questa solidarietà anche al tema del cosiddetto
“mercato del lavoro” (espressione, questa, per me poco felice perché il lavoro non è
merce ma espressione dell’uomo!).
Oggi, guardando la realtà, vediamo tante persone con molte tutele –
tendenzialmente la generazione dei padri – e altrettante persone con pochissime
tutele, tendenzialmente la generazione dei figli. La crisi sta spingendo sempre più
persone dalla categoria dei “tutelati” a quella dei “senza tutele”. Come uscirne? Letta
così, staticamente, la situazione pare insanabile: non appare corretto togliere diritti
giusti e acquisiti ad alcuni – i più tutelati – per fare in modo che altri – i meno tutelati
– ne abbiano in dose maggiore.
Mi pare però necessario prendere atto che un simile schema non funziona più:
Non solo non siamo più nella società fordista, ma anche il postfordismo ci siamo
lasciati alle spalle! La crisi globale non la supereremo quando torneremo alla
situazione “antequam”, ma quando impareremo a vivere dentro questo mutato e
difficile contesto socio-economico che la crisi ci sta mostrando e coinvolgendo.
Di qui l’inevitabile domanda: è ancora sostenibile pensare al lavoro, alle sue
modalità di esercizio, alle sue tutele, come abbiamo fatto per decenni e fino ad ora?
Il presente non ci chiede forse di immaginare un nuovo modello dove il lavoro
- che mai è una merce che la persona vende e l’azienda compra - è regolamentato
dalle nuove esigenze dell’economia, tenga conto delle mutate esigenze delle persone,
con il coraggio, da parte di tutti, di guardare al futuro che rischiamo di non avere
come società. Mi chiedo allora: in questo quadro, possiamo chiedere alla generazione
dei padri maggiore solidarietà con la generazione dei figli, e viceversa? Possiamo
chiedere alla generazione dei padri di rinegoziare qualche diritto acquisito e
sacrosanto e alla generazione dei figli maggiore responsabilità nel farsi carico della
generazione delle madri e dei padri a proposito del loro futuro, della loro anzianità,
coin le ricchezze e le fatiche che questa età presenta?
Penso allora che, secondo questa chiave di solidarietà tra le generazioni, si
possa trovare la via per dare futuro alla nostra società, alla generazione dei figli ma
anche a quella dei padri. Solidarietà nella logica del dono: solo per chi ha uno
sguardo gretto ed egoista chi dona qualcosa sta “perdendo” a vantaggio di qualcun
altro che si sta “arricchendo”. Ma il dono, se fatto in verità, produce un di più di bene
che è molto più grande della somma algebrica del dare e dell’avere.
In questa prospettiva dobbiamo costruire un nuovo patto tra le generazioni,
anche a proposito del lavoro e dei giovani.

3. Nella situazione di recessione planetaria e di economie declinanti
dell’Occidente (mentre quelle dell’ex Terzo mondo crescono e hanno
portato fuori dalla povertà quasi un miliardo di persone in 15 anni) il
messaggio della Chiesa può essere solo "consolazione"?
Nel messaggio della Chiesa la parola “consolazione” – in continuità con
l’insegnamento e l’atteggiamento di Gesù – ha una sua propria originalità, che
include insieme l’atteggiamento misericordioso e l’esigenza della serietà e del rigore.
La consolazione rimanda all’amore di Dio che si fa misericordia e perdono per le
debolezze e le inadempienze umane, dalle quali però ci è chiesto di liberarci con una
vera conversione o cambiamento profondo di vita. Ma la nostra questione è un’altra.
In realtà, la dottrina sociale della Chiesa è tutt’altro che banalmente
consolatoria: ha in sé una forte carica profetica, che inchioda la nostra responsabilità
sprigionando una precisa denuncia delle ingiustizie sociali, come pure delle omissioni
riprovevoli e degli intollerabili ritardi rispetto a un futuro che realisticamente può e deve diventare migliore, cui ancora però le politiche non stanno pensando o non
riescono a pensare con la dovuta serietà e con il necessario rigore.
Il problema sta forse in un contesto di globalizzazione che si configura non
come attenzione operosa verso tutti i popoli e i gruppi del mondo a cominciare dai
più bisognosi, ma come possibilità di rassicurare lo star bene di pochi cristallizzando
la povertà o la miseria di molti.

4. Le nuove forme di comunicazione, social network, esaltano la condivisione,
ma di che condivisione parliamo? Non c’è il rischio che si tratti solo di una
condivisione nevrotica di tante solitudini?
Queste nuove forme di comunicazione offrono oggettivamente nuove
possibilità, che però interpellano la libertà e la responsabilità di coloro che le mettono
in atto. Il desiderio mio, ma penso di tutti, è che questa comunicazione possa sempre
più concretizzarsi in uno scambio, non di parole vuote e insignificanti, ma di
contenuti detti e ascoltati, capaci di generare un pensiero dialogante e solidale, in
grado di costruire quei ponti e quelle collaborazioni di cui oggi la nostra società
frantumata e conflittuale ha grande bisogno.
Ho fiducia che i giovani sappiano prendere adeguata coscienza della loro
centralità in una società che, non poche volte, proprio su questo punto rischia una
forte distrazione. Questa comunicazione, di cui i giovani sono i più esperti, mi pare
però troppo veloce e meno facilitata a trasmettere un pensiero costruttivo e condiviso,
capace di generare scelte concrete di bene comune universale, in ordine a costruire
una società sempre più umana e umanizzante, che si faccia carico delle persone
concrete e dei loro bisogni più veri.

5. I giovani (e non solo) e i social network: e se questa nuova grande ansia di
comunicare nascondesse solo un grande desiderio narcisistico o di vanità?
Non credo si tratti di questo, se non in frange piuttosto minoritarie e più legate
a quanti, tra i giovani, non sono ancora usciti – diciamo così - dall’adolescenza, per
quanto lunga possa essere la sua onda. Chi invece è più in là negli anni sta soffrendo
un’ansia d’altra natura, che esprimerei come ansia di futuro. È tragico avere la
sensazione che molti adulti non si accorgano come da quest’ansia possa sprigionarsi
una rabbia che rende difficile se non impossibile il dialogare. Non saprei se sia
possibile, in termini analogici, parlare di una specie di “sessantotto”: un “sessantotto” che forse esprimerà non tanto una ricerca di valori nuovi, quanto semplicemente la delusione (speriamo non violenta) di non essere accolti come protagonisti nei vari ambienti di vita e di cultura, come il lavoro, la scuola, la ricerca, il darsi un futuro… tutte strade che, oggi, spesso risultano chiuse.

6. Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso i nuovi mezzi di comunicazione e
i social network? Lei che uso ne fa?
Mi piace ricordare che cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II offriva alla
Chiesa e al mondo come suo primo “decreto” l’Inter mirifica, il documento
riguardante gli strumenti di comunicazione sociale. Sin dall’incipit del testo
conciliare emerge una prospettiva altamente positiva: “La Madre Chiesa accoglie e
segue con particolare cura quelle (invenzioni) che più direttamente riguardano lo
spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare con la massima
facilità notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere…”.
È un’affermazione importante, questa, dal momento che spesso si è guardato
con diffidenza o persino con paura a quelle trasformazioni tecnologiche che nel
tempo hanno cambiato antropologicamente la modalità della comunicazione. Qui è
decisivo l’atteggiamento personale di chi ricorre a questi mezzi che come tali vanno
considerati, ossia come strumenti per costruire una relazione. Fondamentale rimane il
comunicare autentico, che dismette i panni della frettolosità e della superficialità, che conduce a un dire ascoltato e a un ascoltare produttivo, che configura il racconto di sé come una storia che arricchisce chi ascolta o legge. Certo è facile cadere nella
tentazione di cogliere soltanto l’istante e il frammento di quell’istante che certo
rischia di rappresentare un quadro non chiaro e di compromettere la natura della
relazione stessa.
Per quanto mi riguarda personalmente, ho cercato di sperimentare queste nuove
metodologie comunicative, utilizzando per esempio i canali di youtube per la
catechesi. Devo comunque riconoscere che il mio uso diretto è “parsimonioso”, ma
rimango in contatto con chi in questo mi offre un aiuto. Il tempo più ampio a mia
disposizione mi permette però di riprendere la forma classica di comunicazione:
quella delle lettere scritte a mano, come piccolo “dono” che vedo gradito a non poche
persone – le più semplici e umili – che solo così possono essere raggiunte.

7. La crisi intacca la ricchezza delle famiglie, quella accumulata con il
proverbiale senso del risparmio italiano, e aumenta il popolo degli
impoveriti. In questa condizioni il messaggio di fede trova il terreno fertile
della speranza o il gelo dello scetticismo?
Può e deve trovare il terreno di una speranza credibile ed efficace. Per il
credente la ricchezza è un bene nell’ordine dei mezzi o strumenti: è buona se e nella
misura in cui non è idolatrata in modo superbo ed egoistico, ma è vissuta in termini di
condivisione, come aiuto rivolto a tutti per vivere bene, in continuo cammino verso la
migliore realizzazione della dignità umana di tutti e di ciascuno.
Detto questo, va certamente notato che da anni stiamo vivendo al di sopra delle
nostre reali possibilità e, in tal senso, si dovrebbero ridefinire i concetti stessi di
ricchezza e di povertà sempre nel contesto della virtù della sobrietà. La Bibbia ci
insegna che né la ricchezza di per sé né la povertà come tale avvicinano a Dio e
assicurano la salvezza. Se mai è la fede stessa (e con questa la speranza di futuro) ad
aver bisogno del clima o dell’animus della sobrietà. E su questo ritengo necessario
spendere sì qualche parola autorevole in più, ma soprattutto offrire al riguardo
testimonianze concrete. La stessa crisi in atto è una sfida, che offre opportunità
umanamente preziose per nuovi stili di vita, sia personali che comunitari, ispirati ad
un “nuovo” modello di crescita. Non per un discorso di vecchio moralismo, ma per il
realismo di un’economia nuova, secondo le categorie della gratuità, del dono, della
comunione, della fraternità, di cui parla stupendamente l’enciclica sociale di
Benedetto XVI, Caritas in veritate.

8. Lei parla spesso del volto paterno del Signore e del volto materno della
Chiesa, cosa intende dire?
Quando parlo della paternità di Dio, che trova la sua espressione più originale
nell’amore misericordioso, intendo sottolineare che nello sforzo di costruire una
società veramente e pienamente umana, strutturata cioè come autentica comunità,
come un’unica grande famiglia, non basta affatto, anche se assolutamente necessaria,
la giustizia nelle sue diverse forme, ma occorre anche la carità misericordiosa; questa
ha una sua forza straordinaria nell’affrontare e risolvere quei problemi più complessi
di fronte ai quali la giustizia è costretta a dichiarare la propria debolezza e impotenza.
E’ questo il messaggio sorprendente che spesso ha più volte espresso Giovanni Paolo
II, in specie nell’enciclica – anche questa deve dirsi altamente sociale - Dives in
misericordia. Quando poi parlo del volto materno della Chiesa, intendo riferirmi ad una
realtà viva che nella storia è chiamata a riflettere, in sé stessa e di fronte a tutti,
nessuno escluso, i lineamenti della paternità di Dio. Per questo, nei primi anni del
mio insegnamento di teologia, di fronte agli alti ideali di vita morale e alla debolezza o fatica dell’uomo di comprenderli e di tradurli nell’esistenza quotidiana, ricorrevo alla formula della Chiesa madre, con la precisazione che essa è sì “madre”, ma non “matrigna” e non “nonna”. Come a dire che a ciascuno di noi sono necessari in modo congiunto e indiviso la verità e l’amore, l’amore e la verità. L’autentica maternità della Chiesa ci sollecita senza sosta a puntare e a rimanere nella verità e nello stesso tempo ci accompagna e ci sostiene con l’amore. E’ questa una diade inscindibile: caritas in veritate, veritas in caritate. Proprio secondo la parola di Cristo: “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,30).

Dionigi card. Tettamanzi
Milano, 12 aprile 2012

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