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lunedì 30 novembre 2020 | ore 00:00

Melloni: più veloce del virus

Dai Campionati Assoluti Italiani di atletica leggera indoor al ricovero all’ospedale Sacco di Milano, nel giro di pochi giorni. La storia di Edoardo Melloni, colpito dal Coronavirus.
Sport / Salute - Edoardo Melloni

Dai Campionati Assoluti Italiani di atletica leggera indoor al ricovero all’ospedale Sacco di Milano, nel giro di pochi giorni. La vita di Edoardo Melloni, atleta del CUS Pro Patria Milano di 29 anni, è profondamente cambiata nel giro di cinque settimane, dopo la positività rilevata al COVID-19. "In queste settimane è successo di tutto - ha confessato Edoardo Melloni -. È davvero una cosa pazzesca pensare come la vita può cambiare da un giorno all’altro". L’atleta del CUS Pro Patria Milano, classe 1990, aveva appena concluso la sua stagione indoor, con degli obiettivi ben fissati in testa, quando il virus ha cambiato la sua quotidianità: "Per questa stagione avevo deciso di dedicare più tempo agli allenamenti, motivo per il quale ho deciso di trascorrere un periodo in Kenya per allenarmi in altura e prepararmi ai Campionati Italiani di Cross, poi cancellati proprio nel weekend che ha preceduto il mio ricovero, quando già non stavo benissimo. Il secondo obiettivo stagionale erano i Campionati Assoluti di Ancona, a cui sono riuscito a partecipare". Melloni dopo una settimana di ricovero al Sacco ora sta bene, prosegue la sua quarantena in casa e il peggio è alle spalle. Ma il messaggio di un ragazzo di 29 anni, sportivo di alto livello e in piena salute, costretto a mettere in pausa la sua vita a causa del virus, ha fatto in pochissimo tempo il giro del mondo. E allora si torna indietro di una ventina di giorni, a quando tutto è cominciato per Edoardo: "Sono un ingegnere chimico, la mia attività è ritenuta tra quelle essenziali perché lavoriamo alla produzione del liquido per le risonanze magnetiche. Per noi non è semplice attivare lo smart working. Mi sono sempre recato al lavoro con l’auto aziendale, prestando la massima attenzione, fino al 9 marzo quando con il cliente, vista la situazione, abbiamo deciso di rallentare. Vivendo in una zona di Milano dove è difficile parcheggiare, ho deciso di riportare la macchina aziendale, tornando poi a casa in metropolitana. Tre giorni dopo ho iniziato ad avvertire i primi sintomi". Nessuna grossa paura iniziale, dato che in tutta Italia, a quel giorno, erano stati registrati poco più di 20 mila casi: "Erano sintomi leggeri, pensavo a una normale influenza. Un po’ di tosse e la febbre intorno ai 37,5°. Mia mamma era invece già preoccupata che avessi contratto il COVID-19, ma al telefono ho cercato di tranquillizzarla". Poi però qualcosa è cambiato: "La tosse è diventata sempre più forte - prosegue Melloni - al punto che di notte mi svegliavo per dei prolungati attacchi che duravano anche per diversi minuti. Ero costretto a star seduto e non sdraiato, quasi arrivavo alle lacrime dal dolore. Con l’aumento anche della febbre, il mio medico di base mi ha prescritto lo sciroppo, ma la tosse non andava via. La situazione è andata avanti fino a domenica 15 marzo, quando la tosse è diventata talmente forte al punto che mi sono anche trovato a sputare del sangue. Alla luce di questo mi hanno portato al pronto soccorso del Sacco. Mi hanno sottoposto a Raggi X e tampone: il primo ha evidenziato una polmonite in corso, il secondo ha dato esito positivo al COVID-19". Buona la condizione generale di salute nonostante la diagnosi, con una saturazione del sangue pari a 95. "Visti i referti - spiega il 29enne -, l’infettivologo ha deciso di ricoverarmi per non peggiorare la mia polmonite. Lì è cominciata la mia degenza e dalla prima notte mi hanno somministrato una terapia sperimentale. Si è trattato di un ricovero per monitorare e prevenire". Edoardo Melloni è stato ricoverato all’Ospedale Sacco per una settimana, in reparto insieme a casi non gravi di Coronavirus. Di quei giorni racconta: "Non ho visto scene tragiche durante la degenza. Il personale sanitario limita al massimo gli accessi alle camere dei pazienti per due motivi. Il primo è per una questione di costi: le tute che vengono utilizzate sono monouso e hanno un costo molto alto. L’altro è legato al tempo: entrare nella camera di un malato di COVID vuol dire seguire un protocollo di vestizione che può durare anche più di 5 minuti. Considerando tutte le camere, si preferisce limitare gli accessi: dopo quattro giorni lì dentro sentivo che i dispositivi di protezione cominciavano a scarseggiare». Una situazione di emergenza che porta i medici a entrare una volta al giorno, mentre dalle tre alle quattro volte gli infermieri nell’arco delle 24 ore: «Ci telefonavano sul cellulare da vetro a vetro per evitare di entrare. In caso di necessità di supporto immediato era sufficiente premere il pulsante". Edoardo ha passato i suoi giorni di ricovero al Sacco insieme a un signore di circa 50 anni. "Abbiamo avuto modo di chiacchierare, ma eravamo come all’interno di una bolla: non riuscivamo a vedere tutto quello che accadeva intorno a noi. Poi l’ultimo giorno, come sempre, è passato il cappellano – sottolinea Melloni - È venuto per farci un saluto perché aveva saputo che saremmo usciti da lì a poco. Non si è trattenuto molto perché era stato chiamato in terapia intensiva, per due persone che stavano per morire. Questo fatto d’improvviso ci ha riportati alla realtà, ci ha fatti uscire dalla bolla: al piano sopra o sotto il nostro c’erano persone intubate che stavano davvero lottando per la vita. Stava andando a dare la Comunione a qualcuno che non ce l’avrebbe fatta. Questa cosa mi ha davvero molto provato: siamo passati dalla felicità di tornare a casa, alla pesantezza di realizzare che qualcuno non ce la stava facendo. In quei momenti ti chiedi cosa sta succedendo ad altri, mentre a te sta andando tutto bene perché stai per uscire". Un’esperienza che ha lasciato il segno nel mezzofondista e crossista del CUS Pro Patria Milano. Un segno che ora si trasforma in un messaggio per tutti: "Ci ho riflettuto - confessa Melloni - e da un lato mi ritenevo molto sfortunato, perché da quello che si leggeva, il Coronavirus era una malattia che colpiva molto più gli anziani. Poi però ho letto anche le notizie di ventenni e trentenni in terapia intensiva, di ragazzi di 34 anni morti senza alcuna patologia pregressa. E allora penso di esser stato anche molto fortunato perché non sono stato mai veramente male. Ma se sarai fortunato o sfortunato, non puoi saperlo prima. Puoi contrarre il COVID-19 ed essere asintomatico, oppure sviluppare una polmonite in forma grave ed essere intubato. Bisogna evitare a tutti costi di essere contagiati e l’età non conta: potrebbe passare come passa un raffreddore, ma potrebbe anche non essere così. E a priori non ci è dato saperlo".

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