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lunedì 16 settembre 2019 | ore 16:41

Il 'partito pigliatutti'

Va da sé che un movimento, organizzato o no, modifica le sue caratteristiche a seconda delle strutture sociali con le quali interagisce.
Rubrica 'Nostro Mondo' - Un politico caricatura (da internet)

Da diverso tempo è tornato di moda il partito pigliatutti. Per una categoria politica è sempre presente il rischio di essere usata per tutto e il contrario di tutto, come accade di frequente con il populismo. Si darà perciò una definizione sintetica, “da manuale”, del partito in questione; in tal modo, chi legge può decidere quali forze politiche odierne siano da inserire in questo sottoinsieme. Va da sé che un movimento, organizzato o no, modifica le sue caratteristiche a seconda delle strutture sociali con le quali interagisce.
Il partito pigliatutti è l’evoluzione di quello di integrazione di massa, comparso sulla scena europea nel XIX secolo. Le classi sociali subalterne, in questa fase ancora escluse dalla vita istituzionale dello Stato liberale, trovano una loro unione nei valori politici e culturali comuni nel partito, che intende rappresentare interessi diffusi (in primo luogo, il suffragio universale). La struttura organizzativa è di tipo piramidale, sia a livello locale sia nazionale; i rapporti interni sono definiti in modo preciso da statuti e la presenza di un’ideologia di riferimento è essenziale per mobilitare e fornire un indirizzo di azione alle masse.
Il «catch all party», teorizzato nel 1966 da Otto Kircheimer, ha caratteristiche diverse. La matrice ideologica si attenua sempre di più, tanto da perdere quelle connotazioni che possono sembrare estreme, ed è sostituita da un richiamo a valori condivisi da un maggior numero di individui; le pratiche burocratiche all’interno del partito, cioè l’aggregazione di nuovi iscritti e la loro attività, diventano una questione squisitamente gestionale, mentre la prassi politica è affidata a “politici di professione”, cioè un nucleo di individui occupati a cercare il consenso in un mercato elettorale sempre più concorrenziale. Il partito pigliatutti è dopotutto un effetto del cambiamento sociale in atto nel secondo dopoguerra. La nascita del Welfare State, la crescita della scolarizzazione e dei media hanno contribuito a rendere l’elettorato fluido e, in un certo senso, più pragmatico. Il crescente sistema di tutele e il più alto livello di istruzione aumentano la mobilità sociale e favoriscono l’integrazione delle masse, progressivamente svincolate dai legami con i partiti; giornali, radio, televisione e cinema cristallizzano il processo. La mutevolezza delle opinioni obbliga le forze politiche a riposizionarsi in una società le cui divisioni non sono più tanto precise. Nello sforzo di adattarsi a tali mutamenti, il partito pigliatutti propone temi di facile presa- perché presentati come di immediata attuazione- a un elettorato piuttosto fluido, rivolgendosi a tutte le classi sociali. Nell’Italia repubblicana, la Democrazia Cristiana, che ha sempre cercato di collocarsi al centro del sistema e di essere interclassista, è la forza politica che più di altre incarna questo tipo di partito.

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