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Tettamanzi: "Giovani e famiglia, oggi"

Giovani e famiglia, oggi 1. Cosa significa essere giovani nel secondo paese più vecchio del mondo? Giovani come minoranza protetta e vezzeggiata o minoranza insignificante e negletta? Penso che si debba riflettere più abitualmente e più seriamente sul tema dei giovani e del loro significato nell’attuale situazione sociale ed economica del Paese. È certo che in chiave numerica i giovani sono da noi un’indubbia minoranza. Ma che tipo di minoranza sono? Insignificante? Non certamente. Negletta? Probabilmente sì, nel senso di dimenticata o comunque poco curata, lasciata a se stessa. È l’aver preso le distanze dai giovani che, semmai, li rende “insignificanti”: non perché lo siano in effetti, ma perché vengono costretti, in qualche modo condannati, ad esserlo. Credo che la risorsa più importante del nostro Paese sia davvero quella “umana”, siano cioè le persone concrete e le loro qualità, in termini di istruzione, di valore e di carattere. E in questo senso i giovani sono terreno fertile, apertura al nuovo, risorsa preziosa e necessaria. Ma questo chiede di favorire una circolazione virtuosa tra le generazioni. Se noi adulti, in primis le famiglie, siamo il luogo e l’espressione di un’esperienza umana matura, intessuta di ideali e di testimonianze positive, non possiamo non sentire il bisogno di custodire – nel senso più bello e nobile del termine - i nostri giovani e, soprattutto, di renderli protagonisti responsabili di quell’impresa esaltante e impegnativa che è la vita umana: impresa che, se ha in noi e in chi ci ha preceduto le sue radici, nei giovani ha non solo i suoi frutti ma anche un ulteriore principio di crescita e di rinnovamento. 2. In dieci anni sono triplicati i giovani sotto i 35 anni che restano a carico della famiglia di provenienza. È il primo ostacolo alla creazione delle nuove famiglie. Secondo lei siamo in presenza di un eccesso di protezione "italiana" verso i figli o di una condizione macroeconomica esterna da debellare? Rileverei anzitutto che i giovani di oggi rappresentano le prime generazioni che non risentono degli effetti di quel processo storico che è stato segnato dai tratti anche duri della ricostruzione del Paese, ma si scontrano con una crisi che il quadro macroeconomico e i suoi effetti configura come crisi globale, rendendo impossibile pensare con tranquillità al proprio futuro. In questo contesto pare di poter dire che i figli veramente “protetti” sono quelli che, tra l’altro, un lavoro l’hanno e possono così iniziare a costruirsi un domani con una famiglia propria e diversa da quella dei genitori. Può darsi però che a non pochi giovani manchi il coraggio di prendere il largo a motivo delle molte incertezze (non solo economiche) che generano paura, spingendo così a posporre continuamente le scelte più importanti del vivere. Ci sono poi altre situazioni da registrare: da un lato l’obiettiva mancanza o comunque scarsità di solidarietà tra le diverse generazioni, dall’altro lato la confusione tra valori che rendono realmente buono il vissuto quotidiano e ideali fragili e incerti che finiscono per intaccare la libertà di scelta… Mi chiedo: non è forse questo il frutto malato di una macroeconomia che sostiene solo se stessa in un finto e irreale gioco finanziario? In occasione del dibattito in corso ho raccolto alcuni pensieri che desidero offrire a tutti voi come spunto per una riflessione sempre più necessaria nel contesto storico che stiamo vivendo. Parto dalla convinzione che solo con una effettiva solidarietà tra generazioni potremo dare futuro non solo ai giovani, ma a tutta la nostra società che sempre più è composta da anziani e “grandi anziani”. Penso si possa tentare un’applicazione di questa solidarietà anche al tema del cosiddetto “mercato del lavoro” (espressione, questa, per me poco felice perché il lavoro non è merce ma espressione dell’uomo!). Oggi, guardando la realtà, vediamo tante persone con molte tutele – tendenzialmente la generazione dei padri – e altrettante persone con pochissime tutele, tendenzialmente la generazione dei figli. La crisi sta spingendo sempre più persone dalla categoria dei “tutelati” a quella dei “senza tutele”. Come uscirne? Letta così, staticamente, la situazione pare insanabile: non appare corretto togliere diritti giusti e acquisiti ad alcuni – i più tutelati – per fare in modo che altri – i meno tutelati – ne abbiano in dose maggiore. Mi pare però necessario prendere atto che un simile schema non funziona più: Non solo non siamo più nella società fordista, ma anche il postfordismo ci siamo lasciati alle spalle! La crisi globale non la supereremo quando torneremo alla situazione “antequam”, ma quando impareremo a vivere dentro questo mutato e difficile contesto socio-economico che la crisi ci sta mostrando e coinvolgendo. Di qui l’inevitabile domanda: è ancora sostenibile pensare al lavoro, alle sue modalità di esercizio, alle sue tutele, come abbiamo fatto per decenni e fino ad ora? Il presente non ci chiede forse di immaginare un nuovo modello dove il lavoro - che mai è una merce che la persona vende e l’azienda compra - è regolamentato dalle nuove esigenze dell’economia, tenga conto delle mutate esigenze delle persone, con il coraggio, da parte di tutti, di guardare al futuro che rischiamo di non avere come società. Mi chiedo allora: in questo quadro, possiamo chiedere alla generazione dei padri maggiore solidarietà con la generazione dei figli, e viceversa? Possiamo chiedere alla generazione dei padri di rinegoziare qualche diritto acquisito e sacrosanto e alla generazione dei figli maggiore responsabilità nel farsi carico della generazione delle madri e dei padri a proposito del loro futuro, della loro anzianità, coin le ricchezze e le fatiche che questa età presenta? Penso allora che, secondo questa chiave di solidarietà tra le generazioni, si possa trovare la via per dare futuro alla nostra società, alla generazione dei figli ma anche a quella dei padri. Solidarietà nella logica del dono: solo per chi ha uno sguardo gretto ed egoista chi dona qualcosa sta “perdendo” a vantaggio di qualcun altro che si sta “arricchendo”. Ma il dono, se fatto in verità, produce un di più di bene che è molto più grande della somma algebrica del dare e dell’avere. In questa prospettiva dobbiamo costruire un nuovo patto tra le generazioni, anche a proposito del lavoro e dei giovani. 3. Nella situazione di recessione planetaria e di economie declinanti dell’Occidente (mentre quelle dell’ex Terzo mondo crescono e hanno portato fuori dalla povertà quasi un miliardo di persone in 15 anni) il messaggio della Chiesa può essere solo "consolazione"? Nel messaggio della Chiesa la parola “consolazione” – in continuità con l’insegnamento e l’atteggiamento di Gesù – ha una sua propria originalità, che include insieme l’atteggiamento misericordioso e l’esigenza della serietà e del rigore. La consolazione rimanda all’amore di Dio che si fa misericordia e perdono per le debolezze e le inadempienze umane, dalle quali però ci è chiesto di liberarci con una vera conversione o cambiamento profondo di vita. Ma la nostra questione è un’altra. In realtà, la dottrina sociale della Chiesa è tutt’altro che banalmente consolatoria: ha in sé una forte carica profetica, che inchioda la nostra responsabilità sprigionando una precisa denuncia delle ingiustizie sociali, come pure delle omissioni riprovevoli e degli intollerabili ritardi rispetto a un futuro che realisticamente può e deve diventare migliore, cui ancora però le politiche non stanno pensando o non riescono a pensare con la dovuta serietà e con il necessario rigore. Il problema sta forse in un contesto di globalizzazione che si configura non come attenzione operosa verso tutti i popoli e i gruppi del mondo a cominciare dai più bisognosi, ma come possibilità di rassicurare lo star bene di pochi cristallizzando la povertà o la miseria di molti. 4. Le nuove forme di comunicazione, social network, esaltano la condivisione, ma di che condivisione parliamo? Non c’è il rischio che si tratti solo di una condivisione nevrotica di tante solitudini? Queste nuove forme di comunicazione offrono oggettivamente nuove possibilità, che però interpellano la libertà e la responsabilità di coloro che le mettono in atto. Il desiderio mio, ma penso di tutti, è che questa comunicazione possa sempre più concretizzarsi in uno scambio, non di parole vuote e insignificanti, ma di contenuti detti e ascoltati, capaci di generare un pensiero dialogante e solidale, in grado di costruire quei ponti e quelle collaborazioni di cui oggi la nostra società frantumata e conflittuale ha grande bisogno. Ho fiducia che i giovani sappiano prendere adeguata coscienza della loro centralità in una società che, non poche volte, proprio su questo punto rischia una forte distrazione. Questa comunicazione, di cui i giovani sono i più esperti, mi pare però troppo veloce e meno facilitata a trasmettere un pensiero costruttivo e condiviso, capace di generare scelte concrete di bene comune universale, in ordine a costruire una società sempre più umana e umanizzante, che si faccia carico delle persone concrete e dei loro bisogni più veri. 5. I giovani (e non solo) e i social network: e se questa nuova grande ansia di comunicare nascondesse solo un grande desiderio narcisistico o di vanità? Non credo si tratti di questo, se non in frange piuttosto minoritarie e più legate a quanti, tra i giovani, non sono ancora usciti – diciamo così - dall’adolescenza, per quanto lunga possa essere la sua onda. Chi invece è più in là negli anni sta soffrendo un’ansia d’altra natura, che esprimerei come ansia di futuro. È tragico avere la sensazione che molti adulti non si accorgano come da quest’ansia possa sprigionarsi una rabbia che rende difficile se non impossibile il dialogare. Non saprei se sia possibile, in termini analogici, parlare di una specie di “sessantotto”: un “sessantotto” che forse esprimerà non tanto una ricerca di valori nuovi, quanto semplicemente la delusione (speriamo non violenta) di non essere accolti come protagonisti nei vari ambienti di vita e di cultura, come il lavoro, la scuola, la ricerca, il darsi un futuro… tutte strade che, oggi, spesso risultano chiuse. 6. Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso i nuovi mezzi di comunicazione e i social network? Lei che uso ne fa? Mi piace ricordare che cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II offriva alla Chiesa e al mondo come suo primo “decreto” l’Inter mirifica, il documento riguardante gli strumenti di comunicazione sociale. Sin dall’incipit del testo conciliare emerge una prospettiva altamente positiva: “La Madre Chiesa accoglie e segue con particolare cura quelle (invenzioni) che più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare con la massima facilità notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere…”. È un’affermazione importante, questa, dal momento che spesso si è guardato con diffidenza o persino con paura a quelle trasformazioni tecnologiche che nel tempo hanno cambiato antropologicamente la modalità della comunicazione. Qui è decisivo l’atteggiamento personale di chi ricorre a questi mezzi che come tali vanno considerati, ossia come strumenti per costruire una relazione. Fondamentale rimane il comunicare autentico, che dismette i panni della frettolosità e della superficialità, che conduce a un dire ascoltato e a un ascoltare produttivo, che configura il racconto di sé come una storia che arricchisce chi ascolta o legge. Certo è facile cadere nella tentazione di cogliere soltanto l’istante e il frammento di quell’istante che certo rischia di rappresentare un quadro non chiaro e di compromettere la natura della relazione stessa. Per quanto mi riguarda personalmente, ho cercato di sperimentare queste nuove metodologie comunicative, utilizzando per esempio i canali di youtube per la catechesi. Devo comunque riconoscere che il mio uso diretto è “parsimonioso”, ma rimango in contatto con chi in questo mi offre un aiuto. Il tempo più ampio a mia disposizione mi permette però di riprendere la forma classica di comunicazione: quella delle lettere scritte a mano, come piccolo “dono” che vedo gradito a non poche persone – le più semplici e umili – che solo così possono essere raggiunte. 7. La crisi intacca la ricchezza delle famiglie, quella accumulata con il proverbiale senso del risparmio italiano, e aumenta il popolo degli impoveriti. In questa condizioni il messaggio di fede trova il terreno fertile della speranza o il gelo dello scetticismo? Può e deve trovare il terreno di una speranza credibile ed efficace. Per il credente la ricchezza è un bene nell’ordine dei mezzi o strumenti: è buona se e nella misura in cui non è idolatrata in modo superbo ed egoistico, ma è vissuta in termini di condivisione, come aiuto rivolto a tutti per vivere bene, in continuo cammino verso la migliore realizzazione della dignità umana di tutti e di ciascuno. Detto questo, va certamente notato che da anni stiamo vivendo al di sopra delle nostre reali possibilità e, in tal senso, si dovrebbero ridefinire i concetti stessi di ricchezza e di povertà sempre nel contesto della virtù della sobrietà. La Bibbia ci insegna che né la ricchezza di per sé né la povertà come tale avvicinano a Dio e assicurano la salvezza. Se mai è la fede stessa (e con questa la speranza di futuro) ad aver bisogno del clima o dell’animus della sobrietà. E su questo ritengo necessario spendere sì qualche parola autorevole in più, ma soprattutto offrire al riguardo testimonianze concrete. La stessa crisi in atto è una sfida, che offre opportunità umanamente preziose per nuovi stili di vita, sia personali che comunitari, ispirati ad un “nuovo” modello di crescita. Non per un discorso di vecchio moralismo, ma per il realismo di un’economia nuova, secondo le categorie della gratuità, del dono, della comunione, della fraternità, di cui parla stupendamente l’enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in veritate. 8. Lei parla spesso del volto paterno del Signore e del volto materno della Chiesa, cosa intende dire? Quando parlo della paternità di Dio, che trova la sua espressione più originale nell’amore misericordioso, intendo sottolineare che nello sforzo di costruire una società veramente e pienamente umana, strutturata cioè come autentica comunità, come un’unica grande famiglia, non basta affatto, anche se assolutamente necessaria, la giustizia nelle sue diverse forme, ma occorre anche la carità misericordiosa; questa ha una sua forza straordinaria nell’affrontare e risolvere quei problemi più complessi di fronte ai quali la giustizia è costretta a dichiarare la propria debolezza e impotenza. E’ questo il messaggio sorprendente che spesso ha più volte espresso Giovanni Paolo II, in specie nell’enciclica – anche questa deve dirsi altamente sociale - Dives in misericordia. Quando poi parlo del volto materno della Chiesa, intendo riferirmi ad una realtà viva che nella storia è chiamata a riflettere, in sé stessa e di fronte a tutti, nessuno escluso, i lineamenti della paternità di Dio. Per questo, nei primi anni del mio insegnamento di teologia, di fronte agli alti ideali di vita morale e alla debolezza o fatica dell’uomo di comprenderli e di tradurli nell’esistenza quotidiana, ricorrevo alla formula della Chiesa madre, con la precisazione che essa è sì “madre”, ma non “matrigna” e non “nonna”. Come a dire che a ciascuno di noi sono necessari in modo congiunto e indiviso la verità e l’amore, l’amore e la verità. L’autentica maternità della Chiesa ci sollecita senza sosta a puntare e a rimanere nella verità e nello stesso tempo ci accompagna e ci sostiene con l’amore. E’ questa una diade inscindibile: caritas in veritate, veritas in caritate. Proprio secondo la parola di Cristo: “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,30). Dionigi card. Tettamanzi Milano, 12 aprile 2012