‘Eden’, il paradiso degli Emmablu
‘Il secondo album è sempre più difficile’: citiamo le parole del recente singolo di Caparezza per introdurre l’ultimo lavoro della band. Come sarà andata agli Emmablu?
Dopo un primo album omonimo registrato nel 2008 alle prestigiose Officine Meccaniche di Mauro Pagani (tra i fondatori della PFM), poteva risultare un azzardo presentare un lavoro autoprodotto, registrato personalmente in casa, una creazione concepita, incubata e partorita nel proprio Eden studio: c’era il rischio di non riuscire a riproporre gli stessi standard della prima esperienza. Ma, sebbene la registrazione presenti delle (ovvie) imperfezioni, Eden supera il test e si colloca come un prodotto che non ha molto da invidiare alle migliori registrazioni. Una scelta consapevole e studiata, che ha permesso agli Emmablu di mantenere un sound più personale, più artigianale e meno confezionato. Il risultato? Un disco che cura meno l’aspetto tecnico per concentrarsi su quello musicale, un po’ come dire tutto arrosto e niente fumo. Ma parliamo di musica. ‘Eden’ è un misto di suggestioni, vicine e lontane, un viaggio che inizia e ci porta a sentire ‘Milano’, (città nuda «che non chiede mai grazie», in un incessante spostamento di arrivo verso il futile, in cui la musica spazia da atmosfere seventies a break circensi) fino a ritrovarsi fra i ritmi primitivi degli djambe e i soffusi fumi amorosi nella lontana India, in una vorticosa ‘Meditazione’. E perché non viaggiare ‘Attraverso l’universo’ seguendo sentieri vertiginosi fra cambi di tempo e hammond imperanti ed arrivare al sud, calarsi i rayban scuri e osservare l’orizzonte infuocato fra acustiche e voglia di svegliarsi, di autodeterminarsi con ‘Southern’. Proseguiamo, dopo la sosta folk, verso una quasi-pop-song, ‘Freak ‘60’ il brano più orecchiabile del disco, adatto, almeno nella prima sezione, anche ad un ascolto distratto, che prepara al lirismo più impegnato di ‘Il primo giorno’, in cui tutto si accende e si anima di sostanza musicale, con un riff ostinato che sostiene un bellissimo assolo di tastiera. Sul sentiero si indagano anche le qualità dell’essere, a tratti bestiale, in ‘cane’, composta di parecchio materiale, tra il sax, tastiere, rullate da marcetta e break di basso: c’è di tutto e forse, almeno in questo caso, sarebbe stata d’obbligo un’espansione maggiore di questo materiale, per dilatare le sezioni e concedere il tempo all’ascoltatore di gustarsele. Gli Emmablu si sbizzarriscono, ci prendono per mano e ci accompagnano in ‘Danzo nel fuoco’ dedicata alla natura, un ritorno «all’origine del mondo», per un vivo contatto con Madre Terra: la batteria asseconda il pulito delle chitarre, il flauto riporta ad atmosfere ancestrali… un incedere molto armonioso, aimè spezzato però dall’insistente wah wah della chitarra, che tronca il filo dissestando la percezione. Come in ogni viaggio che si rispetti non può mancare una vena malinconica e ‘Snowblind’, nella migliore tradizione zeppeliana, riesce nell’intento, seppur con un testo in inglese che ostacola (a molti) la comprensione e il pieno godimento del pezzo. L’album sembra concludersi con ‘Ki’, altro pezzo in inglese che, almeno nella parte iniziale, evoca in modo sorprendente il sound (a la caratterizzazione vocale) degli Alice in Chains più onirici, tra synth, distorsioni e cori evanescenti. Ed ecco invece che gli Emmablu decidono di regalarci un’ultima chicca, una ghost track strumentale parecchio new age, con una lead voice affidata ad un fischio ‘usignoleggiante’ in dialogo con il flauto, così da creare atmosfere morbide, flautate e brillanti grazie anche all’ausilio dell’acustica e del ‘bastone della pioggia’; non mancano in questa composizione sperimentale effetti elettronici che creano un suggestivo ritorno che colma il tutto. L’ultima fatica dopo un lungo viaggio, che si chiude con la stanca gioia di essere (forse) arrivati.