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Energia & Ambiente, Il bastian contrario

Siccità: le soluzioni che fingiamo di non vedere

La rete idrica italiana è in condizioni pessime e si stima che tra rete civile ed irrigua oltre il 43% dell’acqua trasportata vada persa. L’85% della rete nazionale ha più di 30 anni.

A chi legge: se qualcuno in questo breve scritto pensa di trovare idee con il segno meno davanti, vi anticipo, rimarrà deluso. Non sarà uno sproloquio di meno: “meno sviluppo, meno inquinamento, meno auto, meno infrastrutture e meno, meno, meno…”, come spesso, ahimè, si sente. Sarà un mea culpa razionale, un sussulto d’orgoglio pregno della consapevolezza di chi potrebbe disporre di soluzioni, ma finge di non vederle. La vicenda ha del paradossale e, mentre marciamo contro la carenza idrica sulle note del “ragazzo della via Gluck” (noi preferiamo la risposta dell’inarrivabile Signor G), continuiamo a ignorare le uniche fonti dalle quali potrebbero giungere soluzioni vere ed efficaci: gli investimenti in manutenzione straordinaria, le innovazioni in ambito genetico, i progetti di ampio respiro. Primo problema: la rete idrica italiana è in condizioni pessime e si stima che tra rete civile ed irrigua oltre il 43% dell’acqua trasportata vada persa. L’85% della rete nazionale ha più di 30 anni e il tasso di rinnovo è pari a 3,8 metri di condotte per ogni km di rete, facendo si che, stima il FAI, a questo ritmo occorrano oltre 250 anni per sostituire l’intera rete. Abbiamo oltre 500 dighe, delle quali il 70% delle quali non tengono conto dei dati sulla sismologia del territorio poiché troppo vecchie. Un centinaio sono addirittura fuori funzionamento. I dati si commentano da soli. Problema numero due: la siccità colpisce più duramente coltivazioni e settore agricolo in generale. In questo ambito, riporta Roberto Defez - ricercatore all'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR di Napoli - la ricerca scientifica ha avanzato e a tratti praticato negli anni esperimenti di alterazione genetica delle piante rendendole più resilienti a climi siccitosi senza alterarne il frutto, o di installazione di batteri che le rendano ugualmente predisposte a terreni a maggiore salinità. Sdoganare finalmente queste pratiche e portarle al di fuori del laboratorio con costanza significherebbe, forse, prendere davvero sul serio il problema del cambiamento climatico. Capitolo progetti: senza guardare al futuro, per commentare questa sezione basti osservare quanto già fatto in passato, quando nel 1906 furono deviate le fonti d’acqua dell’avellinese verso il tacco del paese, la Puglia, che prima d’allora aveva avuto grosse difficoltà all’approvvigionamento. Progetti di ampio respiro in grado di ridisegnare la geografia idrica del paese, accompagnati da studi di desalinizzazione delle acque marine e di recupero delle acque piovane (oggi solo l’11% viene riutilizzato), sarebbero in grado di dare una grossa mano a cittadini e imprenditori. Un percorso virtuoso in grado di dare risposte complesse a problemi complessi, questo è quello che dobbiamo chiedere.

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