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Cultura, Storie, Milano

Il dovere di ricordare: le Pietre d’inciampo

Il dolore di Silvano Finzi: il padre William morì a Mauthausen

Ve ne sono 90, attualmente, a Milano, e, in Europa, se ne contano oltre 75mila in 26 Paesi. Sono sanpietrini, piccoli blocchi quadrati ricoperti di ottone lucente; le chiamano ‘Pietre d’inciampo’ e quello che ci deve inciampare non è il piede, mentre si cammina, ma la mente ed il cuore: un inciampo emotivo e mentale attraverso un progetto monumentale europeo (nato da un’iniziativa dell’artista berlinese Gunter Demnig) per tenere viva la Memoria di tutti i deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti che non hanno fatto ritorno alle loro case, che invita a riflettere, chi passa, nel luogo simbolo della vita quotidiana - la casa – (le Pietre sono posate in corrispondenza delle abitazioni delle vittime nei lager) su quanto accaduto. Ricordano il nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo della morte: un monito nato da un’intuizione e cresciuto (il 15 e il 17 gennaio 2020 sono state posate 28 nuove Pietre d’Inciampo in 21 vie della città di Milano) come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio. “Ricordare è ancora più importante, oggi, di fronte al risveglio in Europa, e non solo, di idee, movimenti e nostalgie pericolose” - ha affermato il presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé. Ricordare è ancora più importante, oggi, con i testimoni diretti che stanno scomparendo a causa dell’età avanzata... Occorre conoscere le loro storie, tramandarle ai più giovani, attraverso i racconti terribili ma veri, di quello che loro in prima persona, o i loro familiari, hanno subito. Abbiamo incontrato così, a Milano, Silvano Finzi, 92 anni, gli occhi limpidi, nel cuore un dolore che, come una spina, non si è mai rimarginato: la morte del padre, Guglielmo, detto William, Finzi, a Mauthausen (William, nato a Milano il 28 luglio 1900, sposa Bruna Mercandalli da cui ha un figlio, Silvano. È stato insignito della croce al merito di guerra e dell'Ambrogino d'oro come 'martire della libertà', ndr).
Il padre e la famiglia, già prima dell’arresto, respiravano il timore e la paura? “Eravamo relativamente tranquilli in quanto mio padre era andato volontario, a 17 anni, come combattente nella Guerra del 1915-18 e mia madre era di religione cattolica. Ma, nel 1938, per la ‘Difesa della Razza’ sono stato espulso dalla Scuola elementare di via Ruffini a Milano... avevo 10 anni e mio padre mi disse ‘Da oggi tu sei un diverso!’, non capivo il perché - trova il coraggio di sorridere mentre ci racconta - non pensavo di avere una proboscide o 14/15 dita per mano”.
Ci spiega la storia dei tentativi per sfuggire al rastrellamento e come è avvenuta la deportazione? “Mio padre ed io ci siamo nascosti a Ballabio, in una casetta dove alloggiavano i miei nonni materni, poi, pensando di fare la cosa giusta, ci trasferimmo a Barzio dove mio padre, per sopravvivere, vendeva a conoscenti e amici prodotti che il signor Canetta, a suo tempo molto conosciuto, con un negozio in via Santa Margherita a Milano, gli offriva. Allo scoppio della guerra mio padre diventò un partigiano della 52^ Brigata Rosselli, favorendo la fuga verso la Svizzera dei piloti alleati, abbattuti dalla contraerea nemica. Durante la mia permanenza a Barzio ho assistito, e non lo dimenticherò mai, all’arresto e alla fucilazione di circa 40 giovani (tra ragazzi e ragazze), legati ai polsi con del filo di ferro, da parte delle Brigate nazifasciste. Mio padre è stato arrestato a Barzio, il 10 maggio del 1944. Fortunatamente io mi trovavo a Milano con mia madre. Una volta arrestato, fu portato a Introbio e da qui trasferito al Carcere di Como di San Donnino. Mia madre, recatasi a Como, venne a sapere dal Commissario della Questura chi fu a denunciare mio padre, solamente per incassare 500 Lire: si chiamava Vigorelli”.
È riuscito a contattare o vedere suo padre, dopo l’arresto? “Dopo Como, venne trasferito al Carcere di San Vittore di Milano. Qui, grazie all’agente di custodia Visco, ho potuto salutare per l’ultima volta mio padre. Ero in Corso di Porta Vercellina: allora i finestroni che guardavano sulla strada permettevano la vista verso l’esterno (ora li hanno modificati in modo che non sia possibile vedere nulla da interno/esterno). Aveva in mano una ciotola e mi ha mandato un bacio, tendendo le sue mani verso di me, come per abbracciarmi. Non l’ho più visto... - si raccoglie nel dolore e nel ricordo, al pensiero del calvario dei lager - Portato in seguito a Fossoli e da lì trasferito a Bolzano, è stato infine deportato al campo di concentramento di Auschwitz. Qualche giorno prima dell’arrivo dell’Esercito Russo, venne trasferito con la cosiddetta ‘Marcia della morte’ (incalzati dai sovietici, i tedeschi evacuarono il lager cercando di cancellare le prove dell’Olocausto con marce forzate di centinaia di chilometri; migliaia di prigionieri, provati da malattie, debolezza, malnutrizione e maltrattamenti morirono nel corso di queste trasferte, chi non era più in grado di camminare veniva immediatamente fucilato) al campo di Mauthausen, dove morì, di stenti, il 7 febbraio 1945. Il ‘Giorno della Memoria’ non dovrebbe mai essere dimenticato, ma fatto conoscere a tutti perché ciò che è accaduto non si ripeta mai più”.

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