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Exponiamoci

'Oltre il ritratto'

Qualcosa di semplice, ma che cambia sempre. Riflessioni ed emozioni dietro la macchina fotografica, per scoprire, conoscere e raccontare storie di vita vissuta.

Ogni volta che divento parte di una macchina fotografica, provo la sensazione di trovarmi davanti un foglio bianco. Scrivere ciò che in quel momento mi passa per la mente diventa una missione. Alcune note di appunti, un diario di viaggio, una lista infinita di prodotti da acquistare al supermercato. Una poesia dalla cadenza disarmonica. E’ sempre la stessa sfida, troppo spesso interiore. Uno scontro con la luce che si erge a china. Dove non ci sono vincenti, e neppure vincitori. Innanzi agli occhi aleggia il calamaio delle emozioni, dove intingo la ghiera dei diaframmi. Carico la penna. Getto inchiostro tra le righe di un quaderno. Esageratamente storte. Fuori dal controllo ordinario. “Il ritratto”. Devo esprimere un turbinio attraverso un volto. Il mio. Che cambia sempre. Con il mutare del giorno e della notte. Della luce che illumina l’uomo. Un ritratto deve essere qualcosa di semplice. Qualcosa che rappresenti l’univocità della carne. Una fototessera, va bene. E’ perfetta. Dettagli ben visibili, agli occhi di tutti. Il soggetto si riconosce, si piace. Nel suo falso sorriso velato. Ma la realtà non è niente di tutto ciò. L’esercizio è sempre lo stesso. Non cambia. Ciò che m’importa è scattare “l’autoritratto”. Sempre. Attraverso i volti che arrivano nel mio studio polveroso, provo a indagare. Mi stimola andare oltre l’estetica, oltre la bellezza di un volto. Truccato più del dovuto. Lo sguardo sensuale non regala nulla. Le magre mani di chi ha sofferto, gli occhi lucidi di un pianto sguaiato. E s’indaga nell’elemento, nel mezzo. Il cuore no. Lasciamolo dov’è. Il battito cardiaco è il motore. Il respiro affannato inganna, spiazza. E’ la ruota cigolante che percorre il filo tagliente dei ricordi. Registro e immagazzino, per scrivere di getto. Tra un lampo di flash e il buio successivo. Uno scorrere di secondi che fluiscono con la lentezza delle ore. Il profumo m’inebria. Da un’essenza floreale di un volto si possono “rubare” molte storie. Mi ci ritrovo, scatto una fotografia. Un ritratto che diventa il riflesso di uno specchio. Ne sono grato a chi ha deciso di condividere con me questo cammino. A chi mi ha donato il piacere di accarezzare una mano, per fotografare attraverso gli occhi. Una parte di me. Percorrendo l’ombra, cerco di nascondere e di far emergere il mistero. Nutro linfa e spazio all’immaginazione. Sfocature come virgole, per una pausa necessaria a riprendere fiato. Deformazione del creato attraverso il rintocco della tecnologia. Una prospettiva oltre il limite. Riverberi. Perfezione che fa a pugni con i contrari. Una fusione che trova conforto nell’essenza dell’armonia. Inspiegata, perché isolata e immaginaria. Volti coperti, perché si cambia idea. E’ facile stravolgere il concetto, ancora troppo embrionale. Si riguardano le fotografie, si annusano. A volte si è portati a creare il disordine, controllato. Si fanno scivolare tra le mani i pensieri, ma anche i ricordi. Si cerca di dare un senso a tutto ciò. Invano. Sono solo sentimenti, emersi dalla luce. Ci si rimette al disordine. Il mistero assale ogni volta. Lo si accetta. Ci s’incammina verso una visione fatta solamente di luce. Al di là di un ritratto, dove cielo e terra si toccano.

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