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Sport, Storie

Bianchi... muscoli e Bayern

La storia di Gianni Bianchi, fisioterapista del club bavarese. L'abbiamo intervistato: gli inizi a Bologna, poi il passaggio al Palermo e, infine, l'arrivo appunto in Germania.

Ci sono i calciatori e gli allenatori e poi c’è lui, che non è né l’uno né l’altro, ma non per questo ha meno importanza. Anzi. “Ho un problema muscolare”, “Forse è uno stiramento oppure una contrattura”, “Ho sentito dolore durante uno scatto”… Ed eccolo, allora, che entra in gioco. Tocca, insomma, proprio a lui, perché non dimentichiamoci che se gli atleti e i mister, alla fine, sono quelli che più di tutti stanno davanti ai riflettori, beh dietro c’è uno staff che il campo e le diverse strutture le vive quotidianamente e allo stesso modo, se non di più. L’erba sotto i piedi, gli spogliatoi e le sale dove preparare le partite o rimettersi in forma dopo un infortunio, non ci sbagliamo se diciamo che da anni ormai sono la seconda casa per Gianni Bianchi. Da Bologna, passando per Palermo e fino a Monaco di Baviera, alla corte nientemeno che del Bayern: una storia che parte da lontano e che mette assieme passione, impegno e tanto, tantissimo lavoro e che l’ha portato ad essere uno dei fisioterapisti più apprezzati e stimati nel palcoscenico calcistico tedesco ed internazionale. “La mia carriera nel mondo professionistico – racconta – comincia appunto a Bologna. Inizialmente avevo uno studio, poi grazie ad un colloquio fatto con il club della città, è partita l’avventura nel mondo del pallone. I primi periodi erano da esterno (andavo solo agli allenamenti in casa), dopodiché alcuni mesi più tardi i giocatori hanno chiesto se potevo essere sempre presente alle partite e così ho deciso di chiudere l’attività e seguire la squadra”. L’Emilia, quindi, un vero e proprio trampolino di lancio. “I ricordi sono tanti – continua Gianni Bianchi – Qui sono rimasto 5 anni (stupendi e indimenticabili), successivamente sono passato al Palermo, che in quel momento militava in serie B. Un altro tassello fondamentale, in quanto nella stessa stagione i rosanero sono saliti in A. Un’emozione incredibile e straordinaria”. Ed è in Sicilia, inoltre, che Gianni conosce Luca Toni, con cui si crea fin da subito un legame molto forte che li ha portati entrambi qualche tempo dopo ad approdare in Germania. “Avevo voglia di fare un’esperienza nuova, all’estero e l’occasione è capitata appunto con il trasferimento di Luca al Bayern – afferma – Sono arrivato, allora, come suo fisioterapista persona, ma contemporaneamente praticavo la professione con tutta la squadra”. Bologna, Palermo per approdare, dunque, a Monaco di Baviera: un salto mica da ridere. “Sicuramente lavorare per un club di questi livelli vuol dire più responsabilità, più pressioni, da ogni parte (giornali, società, allenatori, ecc..), perché nel nostro mestiere non è ammesso sbagliare. Possiamo fare mille cose bene, però se commettiamo un errore, subito perdi la fiducia. Bisogna sempre stare all’erta e concentrati, insomma (fondamentale nella nostra professione, infatti, non è soltanto il discorso riabilitazione, quanto la parte preventiva; è questa che ti da i maggiori risultati, perchè è con i giocatori che sono sempre disponibili e al meglio che si centrano determinati traguardi, quindi una significativa parte del mio lavoro è occupata dal prevenire gli infortuni). Senza dimenticare che era la prima esperienza in una Paese straniero: non conoscevo per nulla la lingua, così ho dovuto mettermi sotto per studiarlo ed impararlo, anche da solo, quando ero in ritiro, in modo particolare dopo che finivo il lavoro; da mezzanotte alle tre scrivevo, preparavo quello che dovevo dire il giorno successivo e piano piano mi sono integrato al meglio”. Diventando sempre più un vero e proprio punto di riferimento per i cialciatori, i tecnici, lo staff e la società e togliendosi contemporaneamente innumerevoli soddisfazioni. “Abbiamo vinto, infatti, 8 scudetti, 6 coppe di Germania, una Champions League, oltre alle 3 finale disputate – ribadisce Bianchi – Per quanto riguarda i giocatori ho avuto modo di rapportarmi con grandissimi campioni: da Klose a Mario Gomez, con i quali si è instaurato un bellissimo rapporto (entrambi, ad esempio, volevano che andassi con loro, il primo alla Lazio, l’altro alla Fiorentina), poi ovvio Luca Toni (indimenticabili i momenti vissuti; c’è un attaccamento che continua ancora adesso) e attualmente Ribery, Robben e Lewandowski, persone speciali, atleti che vanno oltre il campo (tenete conto che con Franck – Ribery ndr – lavoro ormai da oltre dieci anni; c’è un legame professionale ed in parallelo una straordinaria amicizia). Oggi se ripenso al mio percorso, non posso che essere contento e soddisfatto. C’è chi mi chiede se rifarei tutto alla stessa maniera, beh… la mia risposta è si, perché ritengo che l’estero sia un’esperienza da provare: ti confronti con altre persone, con metodologie differenti, con una mentalità diversa e ti serve per crescere e formarti ulteriormente”. Fuori e dentro il terreno di gioco, alla fine, le emozioni sono state e sono innumerevoli. “Ogni gara la vivo con attesa, soprattutto quelle di Champions che mi lasciano ogni volta qualcosa di particolare – conclude – Guardando, invece, al calcio tedesco e italiano più in generale, la diversità sta nella mentalità del tifoso più che nel calcio giocato. Chi viene allo stadio qui vive l’appuntamento sempre come una festa, arrivano famiglie e bambini, è un momento per ritrovarsi e stare assieme. Se dovessi dire qualcosa che cambierei in Italia, sicuramente darei maggiore spazio ai giovani come avviene in Germania. I club tedeschi in questo hanno una marcia in più, non hanno paura di schierarli nonostante magari abbiano solo 16 o 17 anni e così riescono a creare qualcosa per il futuro, come dimostrano i risultati ottenuti sia a livello di singole società sia con le Nazionali. E’ in questa direzione che si dovrebbe muovere anche l’Italia e non mi riferisco unicamente ai calciatori, bensì pure per quanto riguarda ai giovani allenatori”.

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