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Ad un secondo dalla fine

Peluche in campo e messaggi di solidarietà nell’amichevole tra Konyaspor e nazionale palestinese. A 89 minuti e 59 secondi lo stop simbolico: «La partita è rinviata finché la Palestina non sarà libera».

Un secondo lasciato da giocare, per ricordare le vite e le infanzie interrotte. È il gesto che ha segnato l’amichevole tra Konyaspor e nazionale palestinese, disputata mercoledì 30 settembre a Konya, in Turchia. Sul punteggio di 2-2, l’incontro è stato fermato a 89 minuti e 59 secondi, accompagnato dall’annuncio del rinvio simbolico fino a quando la Palestina non sarà libera.

La serata, inserita nelle iniziative della “Giornata della Palestina”, ha trasformato lo stadio in un luogo di partecipazione e solidarietà. Secondo quanto riportato dal Konyaspor sul proprio sito ufficiale, erano presenti 42mila spettatori. «La nostra casa è la vostra casa» era il messaggio scelto per accogliere la delegazione palestinese; durante la cerimonia iniziale, alcuni bambini di Gaza ospitati a Konya hanno accompagnato i calciatori.

Prima del calcio d’inizio, una grande coreografia ha affidato agli spalti parole destinate a diventare il simbolo dell’iniziativa: «Restate in silenzio quando i bambini dormono, non quando muoiono». Poi, durante la partita, una pioggia di peluche, giocattoli e coriandoli ha raggiunto il terreno di gioco. I doni, destinati ai bambini palestinesi, hanno dato una forma concreta al messaggio di vicinanza.

Un altro momento significativo è arrivato al minuto 10 e 14 secondi: le luci dello stadio sono state spente per ricordare i 1.014 sportivi palestinesi morti, secondo il dato richiamato dagli organizzatori. Per novanta secondi gli spalti sono stati illuminati dai telefoni dei tifosi; alla riaccensione, sul tabellone sono comparsi i nomi di bambini uccisi negli attacchi israeliani.

Il significato dell’ultimo secondo non giocato è stato spiegato dall’annuncio diffuso nello stadio: richiamare l’attenzione sulle vite, sui sogni e sulle infanzie rimaste incompiute in Palestina. Una conclusione che ha affidato al linguaggio del calcio un appello a guardare alla sofferenza della popolazione e al diritto dei bambini di crescere in pace.

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