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Politica

Sánchez all’ONU: «Non faremo un passo indietro, difendere ciò in cui crediamo ha un prezzo»

Il premier spagnolo Pedro Sánchez interviene all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un discorso in difesa del multilateralismo, della cooperazione e dei diritti umani. Dure le parole sulle guerre, su Gaza e contro quei governi che, secondo il leader spagnolo, stanno cercando di indebolire l’ordine internazionale: «Vogliono che dimentichiamo, che finiamo per credere che difendere il bene comune sia ingenuo».

«Salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere». È cominciato con queste parole l’intervento del presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un discorso costruito attorno alla difesa del multilateralismo e dei principi su cui è nata l’ONU.

«Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa», ha affermato Sánchez, sostenendo che oggi quegli stessi principi siano messi in discussione da governi che «li disprezzano o intendono smantellare».

Per il premier spagnolo, pace, sostenibilità e pari opportunità non dovrebbero essere considerate «posizioni ideologiche», ma «parte integrante del futuro dell’umanità». Eppure, ha denunciato, «queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate».

Sánchez ha descritto un meccanismo che, a suo giudizio, punta progressivamente a indebolire le istituzioni internazionali: «Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto. Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo. Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d’azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno».

Tre, secondo il leader spagnolo, sono i pilastri alla base di questa visione: egoismo, ignoranza e crudeltà. Egoismo, inteso come «l’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero»; ignoranza, perché «si disprezzano le evidenze scientifiche»; e infine «la crudeltà», definita da Sánchez «il peggiore di tutti», quella «che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie».

Un passaggio particolarmente duro quello dedicato agli ultimi otto anni: «Ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi». E ancora: «Le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti. Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e ritirare gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia».

A questo quadro Sánchez ha però contrapposto i motivi che, ha spiegato, gli consentono di continuare ad avere fiducia nel futuro: «Ho visto milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura, della pace, dei diritti civili». E ancora «migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle élite», scienziati raggiungere risultati considerati impossibili e governi «fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale».

Il presidente spagnolo non ha nascosto le criticità delle stesse Nazioni Unite: «Io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le carenze di questo organismo». Ma ha poi tracciato una distinzione: «La maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento».

Sánchez ha quindi rivendicato le scelte internazionali compiute dalla Spagna. «Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate», ha detto, ricordando anche il rifiuto di portare la spesa militare al 5% del Pil. Tra le decisioni richiamate, le sanzioni contro la Russia e «un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele».

Sul conflitto a Gaza il premier spagnolo ha utilizzato ancora una volta il termine “genocidio”, dichiarando di voler continuare a condannare «senza ambiguità il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza»: una qualificazione espressamente utilizzata da Sánchez nel suo intervento.

Sul fronte della cooperazione internazionale, il presidente ha inoltre rivendicato la scelta spagnola di andare in controtendenza rispetto alla riduzione globale degli aiuti: «La Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il 60%».

Spazio anche all’immigrazione e alla situazione di Ceuta. «So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità. Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà», ha detto Sánchez, aggiungendo: «La Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta».

La parte conclusiva del discorso si è trasformata quindi in un appello a non considerare inevitabile l'indebolimento dell'ordine multilaterale. «Vogliono che dimentichiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza».

«Sono qui per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non staremo zitti. Noi spagnoli non faremo un passo indietro», ha proseguito. «Non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore».

Infine lo sguardo alle generazioni future, chiamate un giorno, secondo Sánchez, a giudicare le scelte compiute oggi: «Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio?». E ancora: «Che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha cominciato a costare caro?».

La risposta che il presidente spagnolo vorrebbe poter consegnare loro è racchiusa nelle ultime battute del suo intervento: «Vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare. Che noi no. Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto».

«È questo l’impegno che voglio lasciare su questa tribuna. Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna».

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