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Salute

Gaza, l’allarme dei medici: oltre 18mila pazienti da evacuare e 1,9 milioni di sfollati

AMSI, UMEM e UXU chiedono corridoi sanitari internazionali permanenti per bambini, anziani, feriti e malati cronici. Aodi: "Curare non significa schierarsi, significa scegliere la vita".

A Gaza l’emergenza sanitaria continua ad aggravarsi e va ormai ben oltre le conseguenze dirette del conflitto. Malnutrizione, malattie infettive, patologie croniche non adeguatamente curate, carenza di medicinali, difficoltà nell’accesso all’acqua e condizioni igieniche precarie si sommano alla necessità di evacuare migliaia di pazienti che non possono ricevere nella Striscia le cure specialistiche di cui hanno bisogno.

A lanciare un nuovo allarme sono AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, il Movimento Internazionale Uniti per Unire e le altre realtà della rete coordinata dal professor Foad Aodi. Secondo i dati raccolti e analizzati dalle associazioni, circa 2,1 milioni di palestinesi vivono nella Striscia in condizioni sanitarie gravissime e 1,9 milioni risultano sfollati.

Particolarmente delicata resta la situazione dei bambini. Nel primo semestre del 2026, secondo i dati riportati dall’indagine, oltre 223mila bambini tra i 6 e i 59 mesi sono stati sottoposti a screening nutrizionale e più di 19mila sono stati ammessi a trattamento per malnutrizione acuta. Tra questi, oltre 3mila presentavano forme gravi. Un’indagine di giugno avrebbe inoltre rilevato una situazione di moderata o grave povertà alimentare per il 70% dei bambini sotto i due anni.

A pesare sono anche le condizioni ambientali. Quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie risulterebbe danneggiato o distrutto, mentre una larga parte delle famiglie fatica ad accedere anche alle quantità minime di acqua necessarie ogni giorno. Un quadro che aumenta il rischio di diffusione delle malattie infettive, soprattutto nelle aree più sovraffollate.

Ma l’allarme riguarda anche migliaia di persone affette da patologie croniche. Secondo la rete associativa, oltre 18.500 feriti e malati necessitano oggi di trattamenti specialistici non disponibili nella Striscia e attendono un’evacuazione sanitaria. Tra le criticità vengono segnalate oltre 5mila amputazioni, difficoltà nella disponibilità di insulina, farmaci cardiovascolari, materiali per emodialisi e dispositivi diagnostici. Circa un milione di persone avrebbe inoltre bisogno di assistenza per la salute mentale e di sostegno psicosociale.

«Il rischio più grave è abituarsi ai numeri – sottolinea Foad Aodi, medico fisiatra e docente dell’Università di Tor Vergata –. Dietro oltre 18.500 persone che aspettano un’evacuazione sanitaria ci sono bambini, pazienti oncologici, cardiopatici, nefropatici, feriti complessi e malati cronici per i quali ogni settimana persa può significare aggravamento, disabilità o morte».

Da qui la richiesta rivolta all’Italia, all’Unione Europea e alla comunità internazionale: trasformare le evacuazioni mediche da interventi episodici in un sistema stabile e coordinato. AMSI, UMEM e UXU chiedono corridoi sanitari permanenti, una rete europea ed euromediterranea di ospedali disponibili ad accogliere i pazienti e procedure condivise per trasferimenti, presa in carico e ricongiungimenti familiari.

Parallelamente, viene chiesto di garantire un ingresso regolare nella Striscia di farmaci, vaccini, dispositivi medici, materiali per dialisi, apparecchiature diagnostiche ed équipe sanitarie internazionali, senza dimenticare il sostegno agli operatori che continuano a lavorare sul territorio.

«Evacuare chi non può essere curato a Gaza e rafforzare chi cura dentro Gaza sono due parti della stessa strategia sanitaria», ribadisce Aodi.

L’appello delle associazioni guarda anche oltre l’emergenza immediata, auspicando un ritorno al dialogo tra israeliani e palestinesi e una soluzione politica capace di fermare il conflitto. In questo percorso, viene indicata proprio la sanità come possibile terreno comune.

«Curare un bambino, garantire la dialisi a un malato, assistere una donna incinta o trasferire un paziente oncologico non significa scegliere una parte politica: significa scegliere la vita – conclude Aodi –. La sanità può e deve diventare un ponte di dialogo, pace e solidarietà tra i popoli».

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