Salute
Il sindacato richiama l’attenzione sulla piena operatività delle nuove strutture previste dal PNRR: “Non basta inaugurare edifici, servono équipe complete e professionisti valorizzati”.
Il 30 giugno, termine fissato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’attivazione delle Case di Comunità, è ormai trascorso. Ora, secondo il sindacato Nursing Up, la vera domanda non è più quante strutture siano state completate o inaugurate, ma quante siano realmente in grado di garantire assistenza ai cittadini.
“Non basta accendere le luci degli edifici. Senza infermieri la sanità territoriale resta al buio”, afferma Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, richiamando l’attenzione su uno dei punti centrali della riforma: la presenza effettiva di personale sanitario.
Secondo l’ultima rilevazione Agenas, sono 781 le Case di Comunità con almeno un servizio attivo. Ma il dato che, per il sindacato, deve far riflettere è un altro: solo 204 risultano dotate della presenza medica conforme agli standard del DM 77/2022 e appena 216 della presenza infermieristica prevista dal decreto. Sempre Agenas stima inoltre un fabbisogno ancora scoperto di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno.
Numeri che, secondo Nursing Up, raccontano una realtà chiara: il problema non è soltanto costruire le Case di Comunità, ma metterle davvero nelle condizioni di funzionare.
La fotografia del Paese evidenzia anche forti differenze territoriali. Tra le realtà più avanzate figurano Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige e Umbria, mentre la Sardegna ha superato il target programmato con 59 Case di Comunità operative rispetto alle 50 previste. Più complessa la situazione in altre regioni: in Campania risultano operative 98 strutture rispetto alle 171 programmate; in Puglia sono attive 42 Case di Comunità, con l’obiettivo di arrivare a 78; in Calabria sono stati completati i lavori in 48 delle 60 strutture previste; in Sicilia risultano operative 54 Case di Comunità su 146 programmate, con altre 27 ultimate ma ancora in attesa di attivazione.
Per Nursing Up, questi dati confermano che il ritardo non riguarda solo le infrastrutture, ma soprattutto la capacità di rendere pienamente operative le strutture attraverso personale adeguato.
Il DM 77/2022 definisce infatti la Casa di Comunità come un modello organizzativo multiprofessionale, nel quale operano in modo integrato medici di medicina generale, Infermieri di Famiglia e Comunità, specialisti ambulatoriali, professionisti sanitari, assistenti sociali e altri operatori. Lo stesso decreto individua nell’Infermiere di Famiglia e Comunità una figura centrale della nuova assistenza territoriale, chiamata a garantire presa in carico della persona, continuità assistenziale, gestione delle cronicità, prevenzione, educazione sanitaria e collegamento tra ospedale, territorio e servizi sociali. Lo standard indicato è di un infermiere ogni 3.000 abitanti.
“Nessuno mette in discussione il ruolo fondamentale dei medici – dichiara De Palma –. Ma la politica continua a concentrare gran parte dell’attenzione sugli edifici e su alcune figure professionali, mentre il vero banco di prova della riforma è costruire équipe complete. È questo il messaggio del DM 77”.
“Le Case di Comunità – prosegue – non sono state pensate per funzionare grazie a una sola professione. Sono il luogo in cui medici, infermieri, professionisti sanitari e operatori sociosanitari lavorano insieme per garantire la presa in carico dei pazienti cronici, fragili e non autosufficienti. Se continua a mancare uno dei pilastri fondamentali dell’équipe, l’intero modello rischia di non raggiungere gli obiettivi per cui è nato”.
Secondo il sindacato, tra Case di Comunità e Ospedali di Comunità, il nuovo modello di assistenza territoriale richiederà almeno 20 mila infermieri per poter funzionare secondo gli standard previsti. Il nodo, però, non riguarda soltanto la formazione, ma anche l’attrattività della professione.
“Gli infermieri vengono formati dalle nostre università – sottolinea ancora De Palma –. Il problema è un altro: sempre più professionisti scelgono di lasciare il Servizio sanitario nazionale, di lavorare all’estero o di cambiare strada. La domanda che oggi dovrebbe porsi la politica è semplice: chi convincerà questi professionisti ad accettare condizioni economiche e contrattuali che troppo spesso non riconoscono il valore delle loro competenze, delle loro responsabilità e del loro lavoro?”.
Per Nursing Up, dunque, la vera sfida comincia adesso. “Una riforma sanitaria – conclude De Palma – non si misura dal numero degli edifici completati, ma dalla capacità di garantire cure ai cittadini. Le Case di Comunità funzionano quando medici, infermieri e tutte le professioni sanitarie lavorano insieme. Non esistono scorciatoie. Finché non daremo una risposta credibile alla valorizzazione economica e contrattuale degli infermieri, il rischio è che la riforma continui a correre più veloce delle persone chiamate ogni giorno a renderla possibile”.