Politica
Continuerà quindi a valere l’impianto oggi esistente, nel quale la magistratura ordinaria resta unitaria sotto il profilo costituzionale.
Se al referendum del 22 e 23 marzo prevarranno i “No”, la riforma costituzionale non entrerà in vigore. Questo significa che resterà in piedi l’assetto attuale della magistratura, senza modifiche agli articoli della Costituzione toccati dal testo sottoposto al voto. In pratica non scatterà la separazione costituzionale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Continuerà quindi a valere l’impianto oggi esistente, nel quale la magistratura ordinaria resta unitaria sotto il profilo costituzionale, pur con funzioni differenti tra chi giudica e chi esercita l’azione penale. Non nasceranno due distinti Consigli superiori della magistratura e non verrà riscritto l’articolo 104 della Costituzione nel modo previsto dalla riforma. Se vincerà il “No”, non sarà istituita nemmeno l’Alta Corte disciplinare. La materia disciplinare dei magistrati non passerà quindi al nuovo organismo immaginato dalla riforma, ma resterà regolata secondo il sistema vigente. Allo stesso modo, non entreranno in vigore neppure le modifiche di coordinamento agli articoli 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. Dal punto di vista pratico, il voto contrario non produce un “nuovo modello”: semplicemente blocca la revisione costituzionale approvata dal Parlamento. È questo il senso del referendum confermativo previsto dall’articolo 138: i cittadini non scrivono un testo alternativo, ma scelgono se confermare oppure no quello già approvato dalle Camere. E poiché non c’è quorum, sarà decisiva la maggioranza dei voti validamente espressi. In sintesi, votare “No” significa lasciare in vigore l’ordinamento costituzionale attuale della giustizia, senza i due Csm separati, senza l’Alta Corte disciplinare e senza le altre modifiche contenute nella riforma. Una scelta, quindi, che punta alla continuità rispetto al sistema oggi esistente.