Territorio, Energia & Ambiente
In tanti, anche nostri agricoltori, si sono ritrovati davanti al Pirellone per dire no all’appoggio del Governo italiano e dell’Unione Europea all’accordo commerciale con il Mercosur.
Una protesta composta ma determinata, fatta di trattori, bandiere e soprattutto di preoccupazioni concrete. In tanti, dalla Lombardia e da altre regioni, si sono ritrovati davanti al Pirellone per dire no all’appoggio del Governo italiano e dell’Unione Europea all’accordo commerciale con il Mercosur, giudicato da agricoltori e allevatori come una grave minaccia per il futuro del settore primario, della salute e del territorio.
Il messaggio lanciato dalla piazza è chiaro e diretto. Da un lato, l’Europa chiede ai propri cittadini e alle proprie imprese agricole regole sempre più stringenti: riduzione delle emissioni, stop a fitosanitari e plastiche, rispetto rigoroso delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, tutela dell’ambiente e del paesaggio. Obiettivi condivisibili e, in molti casi, già fatti propri dagli agricoltori italiani, che da anni investono per produrre meglio e in modo più sostenibile.
Dall’altro lato, però, la stessa Europa – denunciano i manifestanti – firma accordi commerciali che aprono le porte a prodotti provenienti dal Sud America, spesso OGM, trattati con fitofarmaci vietati da anni nel nostro continente, ottenuti con costi del lavoro più bassi, sfruttamento della manodopera e processi produttivi legati alla deforestazione. Prodotti che, per arrivare sulle nostre tavole, viaggiano per mesi su navi cargo altamente inquinanti e con controlli sulla salubrità ritenuti del tutto insufficienti.
Una contraddizione che per il mondo agricolo rischia di diventare insostenibile. «Così si uccide l’agricoltura europea», è il grido che si è levato più volte dalla piazza. Stop alla cucina stellata, stop al patrimonio agroalimentare riconosciuto dall’Unesco, stop alla salute, stop all’agricoltura e alla tutela del territorio: slogan forti, che raccontano la paura di vedere cancellato un modello basato su qualità, tracciabilità e legame con la terra.
Secondo i promotori della mobilitazione, dietro l’accordo Mercosur si nasconde una scelta politica precisa: sacrificare il settore primario per favorire altri comparti industriali, in particolare quello dell’auto tedesca. «Prima hanno delocalizzato, vendendo brevetti, progetti e stabilimenti ai cinesi – è una delle accuse emerse – ora si lamentano della crisi e cercano di ripartire schiacciando agricoltura e allevamento».
Una protesta che non è solo difesa corporativa, ma che chiama in causa i cittadini e i consumatori. Perché, ricordano gli agricoltori, difendere l’agricoltura locale significa difendere il cibo che arriva sulle nostre tavole, il paesaggio che abitiamo e l’economia dei territori. Un appello che dal Pirellone chiede ascolto e coerenza: regole uguali per tutti e un’Europa che non predichi sostenibilità da una parte, per poi negarla nei fatti dall’altra.